Divanazioni. Come sanno parlare di tangentopoli in Spagna

«Todo modo» in salsa spagnola
«Il regno» di Rodrigo Sorogoyen racconta la storia di una truffa
ai danni dell’Unione europea in cui è coinvolto un intero partito. Una parabola
del potere con trama spy e thriller da cui nessuno esce pulito. Noi compresi?
Rodrigo Sorogoyen usa la suspense con maestria e azzardo.  A volte la trascina nel thriller, a volte la mischia a diversi registri con la spregiudicatezza di un quarantenne che maneggia il suo background televisivo (ha iniziato come sceneggiatore di serie tivù). E allora da riflessione sociologica in stile sciasciano sulla natura politica corruttibile ed egoista dell’uomo, il film può trasformarsi in pellicola d’azione. Un po’ Martin Scorsese, un po’ Nuri Bilge Ceylan, un po’ Hitchcock, ma in un modo tutto suo e contemporaneo, con una voce ben definita e sorprendente, perché quando sembra averti portato su una strada, di colpo ribalta la prospettiva.
A dare a Sorogoyen lo spolvero internazionale è stata la vetrina di Cannes, anche se a casa il regista madrileno non era stato certo trascurato. As bestas, ancora nelle sale, ha infilato nove premi Goya; il precedente, Il regno del 2018, “solo” sette ma, a mio avviso, è ancora più avvincente dell’ultimo. Il regno (su molte piattaforme)  inizia con un campo lungo su una spiaggia spagnola nel 2007. Il protagonista, Manuel López-Vidal (Antonio de la Torre), vestito come un uomo d’affari, parla seccato al telefono. Poi la macchina da presa a spalla lo tallona lungo corridoi bui che sbucano nelle cucine di un ristorante di lusso, dove sembra di casa. Quando arriva in sala i suoi commensali stanno brindano e sbeffeggiando un collega e compagno di partito che alla televisione parla di trasparenza. López-Vidal si unisce al dileggio con commenti brillanti. Da lui questo ci si aspetta, perché è il più promettente politico della sua schiera, il delfino del capo, vice segretario regionale, in predicato di fare il salto sul piano nazionale. Non gli manca nulla: è intelligente, astuto, beffardo, ha fiuto psicologico. In più, conosce bene gli ingranaggi e le viscere del potere, entrandovi anche dalla porta di servizio, se necessario, come fa nel ristorante di lusso. Sa corrompere.
Ma quella telefonata sulla spiaggia sembra increspare la sua invincibile sicurezza: rumors vogliono che sia implicato in una decennale truffa ai danni della Unione europea, assieme ad altri (o tutti?) i membri del partito. Tocca a lui fare da capro espiatorio, per poi essere riciclato in futuro, gli assicurano. Man mano che le accuse gli cadono sul capo (abuso d’ufficio, peculato, truffa, concorsi truccati) inizia la gogna pubblica. Sorogoyen ce la mostra al bancone di un bar, riprendendo un ragazzo che fatica ad accettare come resto le banconote che López-Vidal ha fatto cambiare al barista. Nel volto deformato dal grand’angolo si intuisce l’occhio della preda che calcola la via d’uscita, la confusione mista alla rabbia, e la mostruosità cui la gente lo associa.
«Sei orgoglioso e presuntuoso», gli dicono ora quelli che poco prima lo avevano blandito. Ma lui non ci sta: simul stabunt vel simul cadent. Se cade il re, cadrà anche il regno. Ma nessuno crede davvero alle minacce di un uomo nella polvere: sanno che da solo non può distruggere il “Sistema”. López-Vidal allora si trasforma nell’eroe di una spy story (Antonio de la Torre per altro assomiglia un poco al Daniel Craig di 007). Ma lo è davvero, un eroe?
È una parabola sul potere, Il regno, che tiene incollato lo spettatore, come in Italia negli ultimi tempi non si è invece riusciti a fare con Tangentopoli, che ha prodotto film fiacchi o sbilanciati. Solo il Portaborse di Daniele Luchetti ci aveva profeticamente preso anticipando la bufera. Nessuno ha superato però le vette di Rosi e Petri (Todo modo, docet). Il Volonté di Sorogoyen è de la Torre, già al fianco del regista madrileno in Che Dio ci perdoni del 2017. Una notevole spalla è Luis Zahera, che ha vinto il Goya grazie all’interpretazione del faccendiere Cabrera (è però ancora più bravo in As bestas).
Poi ci sono le mujer silenti, nobili e fortissime, modellate da Isabel Peña, una delle migliori sceneggiatrici spagnole che accompagna Sorogoyen sin dagli esordi con Stockholm (2013, codiretto con Borja Soler). Inés (Mónica López), moglie resistente di López-Vidal, costretta ad accettare compromessi che non ha voluto. E poi la giornalista Amaia Marín (Bárbara Lennie), convinta paladina dell’onestà, non indenne alle manipolazioni. Fino a quando si toglie gli auricolari: e allora arriva il ribaltone. E noi? Per chi tifiamo?
4 stelle
Rodrigo Sorogoyen
Il regno (2018)
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Cristina Battocletti