Casa di donne, non donne di casa

Due film, «Sentimental value» e «Il suono di una caduta», premiati
a Cannes, mettono in evidenza un nuovo femal gaze spirituale ma non new age,
che lega le protagoniste alle abitazioni, da cui ereditano sentimenti speciali
Il grande schermo, soprattutto l’horror, ama le case. Tra le assi scricchiolanti del pavimento si insinua facilmente lo spiritello dispettoso (Beetlejuice), il demone (Suspiria), la psicosi (Psycho, Shining), la contesa sociale (Parasite), la commedia (Animal house), la fuga sentimental-affettiva (Up). Due pellicole, una pluripremiata e pluricandidata agli Oscar, Sentimentale value di Joachim Trier, ora nelle sale, e l’altra, Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, dal 26 febbraio al cinema, cambiano lo sguardo in tema di riappropriazione della casa in linea femminile.
È un sentimento che passa attraverso un asse ereditario emotivo – madri, zie, nonne – o tramite l’ambiente, sempre in via muliebre, le cui mura piegano chi le abita a un destino ineluttabile. Il motivo è di facile intuizione: la via naturale, e obbligata, nei secoli delle donne a diventare “angeli” del focolare. Il solco sentimentale è quello de La casa degli spiriti di Bille August, tratto dall’omonimo libro di Isabel Allende, ma meno esoterico e meno venato di realismo magico. Anzi, di magico nelle due pellicole c’è poco. Vi è piuttosto una venatura scientifica, epigenetica, che ci rivela come l’ambiente influenzi l’evolversi dell’individuo nel caso de Il suono di una caduta.  E di come traumi, ma anche doni e bellezza, vengano tramandati da generazioni precedenti (Sentimental value), come tracce chimiche scritte sul nostro dna.
I film di Trier e Schilinski segnano un giro di boa generazionale e, non a caso, hanno vinto premi affini a Cannes, dove erano in competizione per la Palma d’oro l’anno scorso: Sentimental value ha ricevuto il gran premio della giuria, mentre Il suono di una caduta quello della giuria (ex equo con il notevolissimo, psichedelico Sirāt di Óliver Lax). Significa che si riconosce un nuovo femal gaze,spirituale ma non new age, largamente partecipato, diverso da quello frivolo festoso, seppur lecito, del connubio sessualità-abbigliamento- maquillage alla Sex and the city, o di quello frustrato delle Desperate housewives.
C’è un modo diverso di descrivere i personaggi, con inquadrature e colori nuovi, a prescindere dal gender di chi sta dietro la macchina da presa. Si parte da un contesto, da un lato, di segregazione lavorativa e sociale delle donne. Dall’altro, della maggiore apertura o ricettività verso i luoghi di chi è costretto dai ruoli sociali ad abitare più a lungo le stanze. Non che quello della “sensibilità ereditaria” sia un sentimento esclusivamente femminile, ma entrambi i registi, generazionalmente vicini –Trier, 51 anni, e Schilinski, 42 anni –, hanno sentito la necessità di rivelarlo attraverso protagoniste. Significa che c’è un comune sentire, condiviso anche dalla giuria di Cannes, guidata da Juliette Binoche, che ha sentito l’esigenza di premiare questi film. Trier si è espresso attraverso un’attrice specialissima come Renate Reinsve, che interpreta Nora (da Casa di bambola?), attrice teatrale affermata. Il film inizia con uno sguardo su una casa di legno a Oslo, in cui sono cresciute lei e l’amatissima sorella minore Agnes. Ogni luogo di quella casa ha costruito un pezzo della sua persona: la stufa che le rimandava i discorsi dei pazienti della madre psicoanalista, le stanze vuote quando il padre le ha abbandonate, il retro da cui scappava quando era in ritardo o quando voleva eludere un obbligo. È anche il posto dove la nonna paterna ha lasciato un segno indelebile nel dolore del padre e, per eredità, in Nora. Il valore dei sentimenti o il valore degli ambienti.
È quello che ci traduce anche Schilinski, che con una macchina da presa mobile e selvatica, racconta di quattro ragazze che trascorrono la loro giovinezza, in tempi diversi nel corso di un secolo, nella stessa fattoria nel nord della Germania. Si passa dal nazismo ai giorni nostri, in mezzo alla Guerra fredda, dove la casa, sempre in mutazione, si colloca a Est. Tra spettri e sentieri obbligati, errori e pulsioni, le quattro vite finiscono per specchiarsi e, a tratti, combaciare. Il film sembra una caduta (falling, appunto) in un limbo fantasioso e fantasmatico, con codici, a volte violenti e tribali, in cui dalle pareti continuano a risuonare degli echi del passato. Sembra in qualche punto eredità di Haneke (Il nastro bianco) e Malick (L’albero della vita). La piccola, formidabile protagonista Alma, Hanna Heckt, è di notevole peso per la riuscita del film.