Lettere gialle: la tragedia di dover essere un eroe borghese

İlker Çatak, regista tedesco di origini turche, ha una cifra di sceneggiatura e regia che ricorda molto un suo conterraneo turco, Nuri Bilge Ceylan. Ovvero, un’abilità particolare nello sviscerare una posizione per poi sposare il punto di vista opposto. C’era una volta in Anatolia (2011) di Ceylan (e solo in seconda battuta Winter Sleep – Regno d’inverno, 2014), da un pretesto di cronaca, mette spalle al muro i protagonisti con le loro contraddizioni attraverso una scrittura contorta e sfidante in un logorio di interni quotidiani, che solo a volte si apre all’esterno accostando una Natura assoluta.
Così accade per Lettere gialle, in cui gli esterni sono Berlino, che interpreta il ruolo di Ankara, e Amburgo, nei panni di Instanbul. Le città nel film di Çatak sono personaggi tanto quanto i protagonisti principali, Derya (un’eccezionale Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer). Fiumi e palazzi rivelano stati d’animo, condizionano le loro esistenze fino a mutare Derya e Aziz fisicamente. Se la quotidianità nella capitale li ha resi una coppia intellettuale e borghese con un certo agio, sul Bosforo – dove entrambi sono nati e dove vengono accolti nell’appartamento della madre di Aziz –, si trasformano in apatici e trascurati proletari.
Derya e Aziz sono una coppia sentimentalmente legata di artisti molto affermati e stimati: lei interpreta magistralmente le pièce che lui scrive, sottilmente critiche nei confronti del governo turco. Lui, oltre al ruolo di drammaturgo, insegna teatro all’università di Ankara. Con i loro spettacoli riescono a fare la fronda al regime, rimanendone indenni. Alle loro premiere i papaveri del governo incassano le critiche dalla prima fila, forse così distratti dai loro telefonini da non intendere i messaggi eversivi dell’opera. Derya e Aziz si sentono al sicuro, tanto che Derya non dà troppo peso alla richiesta di una foto istituzionale con le autorità la sera di una prima e Aziz invita i suoi studenti a disertare la sua lezione per partecipare a una manifestazione che chiede il rispetto dei diritti umani e la pace, solidarizzando con l’Ucraina. D’improvviso la coppia è raggiunta da due “lettere gialle”, ovvero comunicati ufficiali che annunciano il licenziamento: nel caso di Derya dal teatro, in quello di Aziz dall’università.
L’idea del film nasce dal racconto a Çatak di alcune persone del mondo dello spettacolo turco che hanno perso il lavoro con motivazioni assurde (per esempio, per aver fumato una sigaretta nel camerino). Tra il 2016 e il 2019 in Turchia sono stati sospesi circa 2mila artisti, portati in tribunale per aver firmato una petizione per la pace. Çatak ha lavorato – assieme alla moglie, Ayda Meryem Çatak, e a Enis Köstepen – a una sceneggiatura che enfatizza il dato politico, indagando però anche i mutamenti interni e circostanti attorno a una persona cui viene tolta la dignità del lavoro e diventata socialmente sgradita. Marito e moglie incassano la solidarietà dei colleghi di Aziz, anche loro licenziati dall’università, e combattono, mentre subiscono i tradimenti di persone insospettabili. A ogni porta che bussano trovano uno scaricabarile con la solita frase “Non sono io ad aver deciso”.
Presto cominciano le difficoltà finanziarie e progressivamente Derya e Aziz vedono sbiadirsi la propria identità da artisti, creata con fatica e per merito, riassorbendo man mano le forme della loro vita precedente o di come sarebbero probabilmente diventati se non si fossero trasferiti ad Ankara. Derya si riscopre vicina ai valori religiosi che aveva abbandonato e diventa una madre apprensiva, inquisitoria, a tratti bigotta. Aziz è costretto a un lavoro notturno, scrive di giorno ed è completamente egocentrato, assorbito dalla pendenza prolungata del processo cui deve rispondere dopo la denuncia di uno studente. Si intravedono le sottili rimanenze di una cultura patriarcale che Ankara aveva abraso. La macchina da presa li segue con primi piani, piani sequenza, controcampi, trasformando la loro vita in una pièce. Derya è tentata dal prendere parte a una serie televisiva che andrà sul canale del regime per risolvere i problemi economici. Aziz, che nel tempo libero ha preso a lavorare in un piccolo teatro dissidente, disprezza la tentazione di Derya. Parla di integrità morale: ma fino a che punto lo può fare chi ha vissuto delle sovvenzioni del teatro di Stato? A portarli alla svolta è la giovane figlia della coppia, Ezgi (Leyla Smyrna Cabas), con la sua cecità ed egoismo adolescenziali.
Come ne La sala professori – candidato nel 2024 agli Oscar come miglior film straniero –, Çatak fa deflagrare le contraddizioni umane di fronte a questioni esistenziali e di principio. Quel film era girato in Germania, dove il regista ha studiato cinema, in lingua tedesca con Leonie Benesch nella parte principale. Oggi la Germania rimane il set ma la recitazione è in turco. Una sfida linguistica ardua per la direttrice della fotografia, Judith Kaufmann, con cui aveva lavorato per La sala professori, e gli altri membri della troupe che non parlano turco. Ma il film ha trovato forse proprio per questo il suo perfetto amalgama: l’erosione della dignità e dei diritti parla tutte le lingue del mondo.