Il sequel. Il declino della stampa tradizionale è il pretesto moraleggiante
del ritorno della squadra di vent’anni fa, dagli attori al regista, ma rende noioso
il film in una Milano tutta da spendere. Se non fosse per l’immensa Meryl Streep
Cristina Battocletti
Dopo essere diventato un ottimo film da aereo, Il diavolo veste Prada torna a distanza di vent’anni sugli schermi in versione moraleggiante e noiosetta con la stessa squadra, dagli attori – Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci –al regista, David Frankel. Ritorna la redazione di «Runaway» con la perfida e cinica direttrice Miranda (Meryl Streep) e il suo braccio destro Nigel (Stanley Tucci) ad affrontare la crisi della carta stampata. La prima ad esserne colpita è Andy (Anne Hathaway), ex stagista di «Runaway», che rispetto alla prima versione de Il diavolo veste Prada ha fatto strada nel giornalismo di inchiesta. Ma proprio mentre riceve un importante riconoscimento, perde il lavoro. La sorte le tende la mano e viene richiamata a «Runaway» con il compito di portare nel tempio della Moda l’«Inchiesta». Ritrova le stesse condizioni di vassallaggio dei sottoposti che aveva sperimentato a suo tempo e, in un mondo dominato dai like, assapora tiepide vittorie, fino rivincita nella capitale italiana della Moda.
Il film è noiosetto non perché parta da una riflessione più che sacrosanta e benvenuta, ovvero quella del tramonto – o almeno dello stravolgimento – dei tradizionali mezzi di comunicazione, ma perché lo fa in maniera arronzata e superficiale. E ancora, non perché si usi la commedia per rappresentare una situazione drammatica, il che funziona anche meglio, a volte, come nella lotta di classe di Gennarino Carunchio-Giannini contro la “bottana industriale” Melato o all’Albertone Sordi che corre nei corridoi dell’ospedale per totalizzare il numero maggiore di pazienti della mutua. Ma qui, mentre il film contesta lo strapotere dei marchi di Moda e dei magnati sul giornalismo in ginocchio, lo riafferma dando contentini a tutti i brand. La diavolessa e i suoi circostanti vestono, infatti, marchi estremamente visibili e, a volte, associati al viso dei loro patron. Prada, per ironia, appare timidamente.
Se lo spettatore, poi, avesse la minima voglia di reagire e correre in edicola a reclamare il giornale in cellulosa e inchiostro, certo non lo farebbe per Andy. Se nella prima versione si era fatta infinocchiare finendo per essere ingranaggio di un complotto per giovinezza e ingenuità, dopo vent’anni non le si può perdonare di cadere in un trappolone omologo, soprattutto dopo aver vinto il simil Pulitzer per il giornalismo. Lo stesso per i suoi colleghi di razza che lei cerca di aiutare: uno si limita ad aprire varie volte il laptop, mentre l’altra fa da ponte per un editore perché Andy scriva la biografia non autorizzata di Miranda. Ma ciò che smuove quest’ultima non è il disvelamento delle condizioni inique delle nuove generazioni di giornalisti (una delle ragioni per cui sono stati promossi gli scioperi della categoria, oltre al mancato rinnovo del contratto da dieci anni), o il protoschiavismo grottesco per cui a «Runaway» si proibisce la minzione (vedi impiegati dell’Esselunga), o per le mansioni inappropriate rispetto al contratto o al titolo di studio. La collega-amica licenziata sogna solo di ottenere una percentuale della cifra con vari zeri con cui verrebbe ricompensata Andy. Altro erroraccio: Andy accetta il lavoro a «Runaway» con ritrosia, perché per lei la Moda non è giornalismo. Invece, è stato anche da quella porta che si sono accettati cambiamenti dei costumi e del progresso. Donyale Luna nel ’66 divenne la prima modella afroamericana a comparire sulla copertina di «British Vogue», cambiando mentalità e industria del settore. Come anche i servizi con le modelle over per contrastare la cultura del bodyshaming o le campagne con testimonial rughe-munite, capelli bianchi e inestetismi dell’invecchiamento, che agevolano l’accettazione del corpo nell’aging. Per restare a casa nostra, le famose foto inclusive di Oliviero Toscani per un marchio tessile hanno contribuito a promuovere l’integrazione.
C’è poi il capitolo Milano, non più da bere, ma da spendere: lusso a 5 stelle, città inamidata, tutto da comprare. Certo, non si poteva pensare che il Diavolo finisse a Corvetto, ma si spera che il film, poiché assicurerà una valangata di turisti, non serva solo ad alimentare la narrativa della bellezza singolare e ruvida della città che vince il Covid e si invola verso le Olimpiadi, lasciando ancora più indietro gli ultimi, i penultimi e tutti i travet, o loro discendenti, che hanno fatto grande la città del laurà, laurà, laurà e che non riescono a star dietro al costo della vita. È sempre brutto parlare male di un film che aiuterà le sale e in cui rimane statuaria la prestazione di Meryl Streep nei birignao di personaggi della cultura. Non è che il Diavolo veste Prada debba salvare il mondo e, in particolar modo, quello del giornalismo, ma non faccia, però, nemmeno finta di farlo. E, comunque, partendo dal presupposto del film, questa recensione non muoverà nulla e, per fortuna per gli esercenti, è per lo più tutto sold out per settimane.
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