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Cosa c’è in sala: storia del crack del Nord Est e la vittoria delle macchine sulla nostra vita

Negli anni Sessanta e Settanta c’è stata una corrente del cinema italiano che, pur critica nei confronti della trasformazione del Paese, tradiva ammirazione e fiducia nella scienza. Mentre in America Cassavetes (in particolare con Volti, 1968) già denunciava la nevrosi domestica da civiltà industriale, Michelangelo Antonioni con Deserto rosso (1964) la intuiva e la preconizzava nell’isolamento di Giuliana-Vitti, anche se era più l’effetto di un’indifferenza di matrice altoborghese che da società alienata.


E anche quando Antonioni inquadrava la violazione della Natura nelle falde inquinate, la macchina da presa di fatto si inchinava davanti ai grossi tubi, alle ciminiere e ai soffioni nel ravennate, sullo sfondo mai ben esplicitato del colosso Ferruzzi-Montedison. Così come ne Il caso Mattei di Francesco Rosi del 1972, il presidente dell’Eni Mattei-Volonté era tutt’uno con l’aereo, che gli costò poi la vita, e che gli consentiva di spostarsi per trasformare come un demiurgo l’Italia rurale in un Paese futuribile. Questa forma di ossequio e odio insieme nei confronti della tecnologia è il filo sotterraneo di Titane di Julia Ducournau, dove Alexia (Agathe Rousselle) è una bambina che esce dalla sala chirurgica dopo un incidente automobilistico con una placca di titanio in testa. Non la nasconderà quando cresce, anzi la esalterà con una rasatura, ben in vista mentre danza eroticamente su una delle automobili, con cui poi avrà un rapporto sessuale. Perché questo film si ficca nella testa delle persone, oltre al fatto di aver vinto una rassegna prestigiosa come Cannes, sorprendendo tutti? La violenza efferata che Ducournau esprime con la sua protagonista non è un punto di forza. Anzi. Le testate letali, gli spilloni infilzati contro povere vittime inchiodano sull’immediato gli spettatori, che poi restano facilmente delusi. E la regista non è estranea al grandguignol: ne aveva dato già prova nel 2016 con Raw – Una cruda verità, storia estrema di cannibalismo. Titane ha poi altri difetti. A parte le situazioni grottesche ai limiti della farsa (la macchina che salta per arrivare al coito), la sensualità androgina (già vista nelle pagine esauste della Moda) e la cattiveria dell’eroina tengono bene solo nella prima parte tarantinesca (anche questa déjà vu, seppure ben girata).
La durezza di Alexia casca miseramente davanti al primo sostituto edipico nei panni di un gigantesco Vincent Lindon, attore che ha dimostrato una versatilità non comune in ruoli molto lontani.

L’affetto di Lindon erode in pochi giorni un atavico odio per il mondo maschile in generale e per il padre anaffettivo in particolare. Quello che intercetta di nuovo l’autrice, classe 1983, è sicuramente una fluidità sessuale che riguarda soprattutto la fascia dei millenial, ma soprattutto il nostro rapporto esasperato e deviato con la tecnologia. È qui che Ducournau coglie nel segno, spiegandoci che le macchine hanno vinto, diversamente da quanto pensavano i grandi registi del passato, convinti che sarebbe stato l’uomo a dominare la Natura con la tecnologia. Anche se Ducournau, lontano dalla sottile raffinatezza piscologica (e filosofica) del body horror di Cronenberg, ha bisogno ingenuamente di stigmatizzare la soggezione umana, infilando il metallo in testa o tra le vertebre, mentre nella vita reale più tristemente siamo schiavi di telefonini e computer senza neppure averli incorporati. Sulle note di un ritmo latino (che decontestualizza e universalizza) The Italian banker indaga sul crack di una famosa banca popolare del Nord-Est con un bianco e nero indovinato e spiazzante, muovendo la storia con l’uso di grandangoli, di riprese dal basso e di stacchi teatrali (è basata sulla pièce Una banca popolare su soggetto di Romolo Bugaro).

Alessandro Rossetto riesce a rendere interessante una vicenda capziosa come il crollo delle popolari in Italia, seguendo una via tutta sua senza subire il fascino di altre pellicole di genere sul capitalismo piratesco, da The wolf of Wall Street (2013) di Martin Scorsese al meno riuscito The laundromat (2019) di Steven Soderbergh. The Italian banker ambienta in una villa palladiana la fine di una comunità subissata dai debiti per il fallimento della banca locale, dipingendo un contesto venato di perfidie e tradimenti alla Signore & signori di Pietro Germi del 1965. Allora però il titanismo lavorativo del Nord Est non era ancora esploso nel miracolo industriale. Attualizzata nella malinconia e infelicità di oggi con i bravissimi Sandra Toffolatti, Diego Ribon, Mirko Artuso e Valerio Mazzucato, la vicenda ha il suo culmine nell’arrivo alla festa del patron della banca Gianfranco Carrer (un bravissimo Fabio Sartor), con immediato rimando a Gianni Zonin, ex presidente della popolare di Vicenza. La tesi è coraggiosa, controcorrente e antipopulista: spiega le logiche della banca, stritolata dai poteri forti, con il vulnus di peccare di paternalismo. Si affrontano molte verità crude e complesse, ma alla fine la sensazione è che il film parteggi troppo per la banca locale. Infine, A Chiara è il terzo capitolo di un’indagine di Jonas Carpignano sulla città di Gioia Tauro. Il regista riporta per la terza volta sul grande schermo le tensioni della città portuale, in cui è arrivato nel 2010. Se il primo capitolo, Mediterranea (2015), parlava della comunità africana, A Chiara indaga le infiltrazioni della ’ndragheta nelle famiglie.

Gli occhi dello spettatore guardano lo stupore e il dolore della protagonista adolescente nello scoprire un padre colluso con la mafia. Carpignano è bravissimo a costruire sui suoi giovani protagonisti, senza mai cadere nella retorica o sconfinare nel documentarismo. Nonostante la bravura di Swamy Rotolo- Chiara, il film però non raggiunge la bellezza di A Ciambra (2017) sulla comunità ormai stanziale dei Rom. Sarebbero bastate forse un paio di sforbiciate.
EastSideStories
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