Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Dante Spinotti: 40 anni in cerca di luci e ombre

Dopo aver ricevuto il Pardo e il Quarzo d’oro alla carriera, il direttore della fotografia festeggia la lunga attività con
«Il minestrone». E ricorda che tutto iniziò sotto al suo letto d’infanzia

</span></figure></a> Dante Spinotti durante<br>le riprese di<br>“LA Confidential”
Dante Spinotti durante
le riprese di
“LA Confidential”

Un cercatore di luci o di ombre «per dare corpo a una storia.». Ecco cos’è un direttore della fotografia per Dante Spinotti, che quest’anno compie ufficialmente 40 anni di carriera di “illuminatore” di pellicole con Il minestrone di Sergio Citti (1981). «Fu un bagno di romanità verace nelle periferie pasoliniane. Mi chiamavano il Milanese forse per un fare nordico che accentuavo per reazione». O forse per le sue radici: Spinotti è nato a Tolmezzo nel 1943 per poi trasferirsi quasi subito nel Polesine e a Milano. Alla Mostra del cinema di Venezia Spinotti si fa rapire con la stessa soave naturalezza con cui passa dall’inglese (ormai vive soprattutto a Los Angeles) all’italiano. Reduce da due prestigiosi riconoscimenti alla carriera, ricevuti quest’estate – il Pardo a Locarno e il Quarzo d’oro a Spilimbergo – è ospite degli incontri della bella rassegna delle Giornate della Luce e della Cineteca del Friuli, di cui è presidente onorario. È quasi sorpreso da tanta attenzione, con l’umiltà tipica dei grandi, nonostante il Bafta per L’ultimo dei Mohicani nel 1992 con Michael Mann, regista grazie a cui ha ricevuto una nomination all’Oscar per Insider – Dietro la verità nel 1999, dopo quella per L.A. Confidential di Curtis Hanson del 1997.Si ferma a parlare al volo, a un tavolino, senza formalità, prima di ripartire per la Carnia, dove c’è il suo buen retiro.


«Dovremo decidere se trasferirci definitivamente lì – spiega pensoso -, anche se LA ha il fascino di un miscuglio di genti e razze altrove impossibile da trovare e che per me ha il suo eponimo nell’anima speciale di Deon Taylor, un regista afroamericano con cui sto lavorando da tre anni». La carriera di Spinotti si è sempre snodata tra le due sponde dell’Atlantico, a salti. Oltreoceano, solo per fare degli esempi, Manhunter – Frammenti di un omicidio (con Michael Mann, 1986), Crimes of the Heart di Bruce Beresford (1986), The Quick and the Dead – Pronti a morire di Sam Raimi (1995). Su questa sponda, Ermanno Olmi con La leggenda del Santo Bevitore (1988), Sotto sotto… strapazzato da anomala passione di Lina Wertmuller (1984), Interno Berlinese (1985) di Liliana Cavani e L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore (1995).

À côté, tanti divi da illuminare: da Rutger Hauer, a Paolo Villaggio, da Diane Keaton a Jessica Lange, da Sharon Stone a Gene Hackman, da Russell Crowe a Leonardo DiCaprio, da Al Pacino a Robert De Niro.
«Sul piano concettuale la struttura organizzativa negli Usa è un po’ più rigorosa, molto precisa sulla sceneggiatura, perché ogni movimento deve essere calendarizzato per i costi. Fino ai limiti dei film Marvel, che sono interamente progettati ancor prima di iniziare a girare. Cosa che può diventare abbastanza noiosa. In Italia ci si può muovere con più agilità. Ora mi occuperò, per esempio, di un piccolo documentario per la regia di Trudie Styler a Napoli e trovo affascinante il fatto di poter portare a tracolla la macchina da presa». Un privilegio permesso dalla tecnologia digitale. «È stata una rivoluzione paragonabile all’avvento del sonoro, perché per la prima volta chi fa il cinema riesce a vedere quello che sta facendo. Questo dà un’enorme fiducia e leggerezza a chi lo fa». Ma con questa scusa si gira troppo, non essendoci il problema della pellicola. «Quello è relativamente importante. Qualcuno un po’ sbadato o “logorroico” c’era anche ai tempi della pellicola. Non vedo controindicazioni, se non che i giovani con il digitale non fanno passi intermedi e questo può essere loro fatale. Ma se uno ha talento viene fuori». Quello di Spinotti in verità è stato messo alla prova ben prima del 1981 con Un delitto per bene (1977) di Giacomo Battiato, mentre lo stesso anno era stato Marco Ferreri a notarlo mentre faceva l’operatore nel backstage di Yerma, film per la tivù andato in onda nel 1978. Alla Rai, dove lavorava, Spinotti aveva una certa fama, giunta ad Elio Petri, che lo aveva segnalato proprio a Citti. Ma la strada era segnata già prima: «Fotografavo da bambino, sviluppando i negativi sotto al letto e disegnavo molto bene le nature morte. Il resto lo fece il mio pessimo rendimento scolastico che costrinse i miei genitori a mandarmi in Kenia a 17 anni da uno zio udinese che faceva il documentarista. È lì che cominciai a sentire il sapore del cinema». Soprattutto con il maestro Michael Mann: «In una notte di confidenza mentre su un motoscafo attraversavamo il Golfo del Messico in Florida mi disse che per lui il cinema era una narrazione trascendentale. Io non lo penso. Il cinema è una cosa molto complessa, fortunata e collettiva. Il riempire un grande schermo di luci, colori, esseri umani, illuminati, interpretati, paesaggi, non può essere altro che un enorme divertimento».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
EastSideStories
cristinabattocletti.blog.ilsole24ore.com