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Venezia 78: che bel festival

Leonesse coraggiose conquistano il lido
Venezia 78. Vince «L’événement» di Audrey Diwan sull’aborto clandestino, l’argento va a Paolo Sorrentino per «È stata la mano di dio». All’Italia anche il premio speciale per «Il buco»
Cristina Battocletti
Premiare all’unanimità con il Leone d’oro, L’événement di Audrey Diwan, un film su una donna costretta a un aborto clandestino nella Francia degli anni Sessanta, è importante perché pone intensamente l’attenzione sul corpo della donna, in un tempo in cui nella civilizzata America, in Texas, c’è una legge che vieta l’interruzione della gravidanza dopo sei settimane. In più, L’événement, scritto e diretto da una quarantenne al suo secondo lungometraggio e ispirato al romanzo autobiografico di Annie Ernaux, lascia senza fiato per l’intensità visiva, esponendosi a narrare l’esperienza traumatica, anche come una questione di ferri e di medicine, di dolore, scherno, emarginazione e retrocessione sociale. Un tema che le spalle della giovane protagonista Anamaria Vartolomei reggono egregiamente: «Il film sei tu», le grida giustamente durante la premiazione la regista.


Il secondo riconoscimento, il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria, è andato a È stata la mano di dio di Paolo Sorrentino, già dato per vincitore dai primi giorni di questa bella 78esima edizione della Mostra di Venezia. L’urgenza, la verità della storia raccontata dal regista napoletano ha toccato corde vive, ripercorrendo una vicenda autobiografica, la morte accidentale dei genitori, quando Sorrentino era ancora adolescente. Lo racconta nei panni di Filippo Scotti, che incassa meritatamente il premio Mastroianni come migliore attore emergente. Il regista rinunzia a quegli artifizi cinematografici (ad eccezione dell’incipit felliniano), “organici” alla riuscita di un film come La grande bellezza (2013) e funesti per un’altra pellicola, come Loro (2018) sull’era berlusconiana.

È stata la mano di Dio è il ritratto di una famiglia, ammaccata come lo sono tutte, ma ricca di scherzi, di ferite e balsami, in cui Sorrentino restituisce quadri intimi, tragici e comici, nella Napoli in cui il re è Maradona. Anche se la parte successiva alla tragedia non giova al racconto, semmai gli toglie tensione. Gran mattatore Toni Servillo, nella figura del padre, che non riceve però nessun premio, sebbene sia interprete magistrale anche per Leonardo Di Costanzo con il carcerario Ariaferma (però Fuori Concorso) e nemmeno per il bel Qui rido io di Mario Martone nel ruolo di Eduardo Scarpetta, capocomico napoletano, re del botteghino, padre e padrone delle scene e della famiglia. Una splendida pagina di storia teatrale e di umanità varia, con la preziosa fotografia di Renato Berta.C’è da scommettere che per il Leone d’argento per la migliore regia alla più celebrata cineasta di sempre, Jane Campion, con Il potere del cane, si sia battuta l’ex leonessa d’oro Chloé Zhao, soggiogata dall’immensa potenza e bellezza della Natura resa da Campion, tra i profili delle montagne nella terra dei pionieri americani agli inizi del XX secolo, l’alcolismo e solitudine di una donna (Kirsten Dunst), schiacciata tra i ricchi fratelli allevatori (Cumberbatch e Plemons) e dal sadismo sotto cui si nasconde la fragilità e fiorisce l’amore. Un mondo selvaggio, arcaico, le pelli scuoiate e le stalle, cavalli, mucche e tori, che sul grande schermo hanno un effetto notevole (ma minore di Lezioni di piano) e che sarà difficile ritrovare nel piccolo schermo di Netflix. C’era poi da aspettarsi il colpo di mano di quel mattacchione di Bong Joon-ho, che ha fatto valere il suo ruolo di presidente, premiando come migliore attore John Arcilla, protagonista di uno dei film più enigmatici, quanto a collocazione all’interno della competizione, del festival, On the job: the missing 8, del filippino Erik Matti. Certo, i temi sono quelli cari al premio Oscar coreano, l’ingiustizia sociale (in questo caso la collusione e la corruzione tra la stampa e le amministrazioni governative filippine), il crimine (otto persone scomparse), la rivalsa del più debole. Ma la durata (208 minuti) e la regia alquanto piatta e televisiva (verrà trasmesso da HBO) rendono piuttosto misteriose le ragioni del premio, se non le questioni di bandiera da macroarea geografica, e magari l’apparente novità, del tutto oscura a chi scrive, di un montaggio giocoso a schermo doppio, come nei telefilm degli anni Settanta, karaoke, cuoricini da chat o da videogioco. A Penélope Cruz, che ha il “vizio” della Memoria, va una meritata coppa Volpi, come migliore interprete per Madres paralelas di Pedro Almodóvar, un film che riallaccia la questione dimenticata dei desaparecidos durante il governo franchista e una maternità caparbia da primipara tardiva e single. Il regista spagnolo lascia la questione politica sullo sfondo (a volte troppo) e riaccende la linfa al tema dell’introspezione psicologica femminile. Cruz è una chica fiera e solidale, alle prese con le fragilità e l’imperfezione delle madri contemporanee, in battaglia su troppi fronti e gravate dallo stesso peso di sempre. In quest’ottica va pensato anche il premio per la migliore sceneggiatura a Maggie Gyllenhaal per The lost daughter e in maniera laterale a Elena Ferrante a La figlia oscura (e/o, 2006), cui il film si ispira. La pellicola è una riflessione sull’incapacità materna di sostenere la responsabilità genitoriale.
All’Italia è andato anche un altro premio, quello speciale della Giuria, per Il buco di Michelangelo Frammartino, la cui essenzialità potrebbe essere piaciuta alla parte più minimal della giuria. Nel Belpaese del boom degli anni Sessanta, mentre a Milano si collauda il primo avveniristico grattacielo, il Pirellone, un gruppo di giovani speleologi esplora la grotta più profonda d’Europa nel Pollino. Sobrio e ruvido, anche nella mancanza quasi totale di dialogo, sembra però non raggiungere il livello di poesia sorprendente de Le quattro volte (2010). Niente per Paul Schrader e la sua bella lettura laterale dei traumi di guerra attraverso le traversie di un ex soldato statunitense ne Il collezionista di carte. Peccato per l’intrigo pennivendolo balzachiano delle Illusioni perdute di Xavier Giannoli. Raramente un film in costume è stato più coinvolgente.