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Venezia 78: Primo ottimo bilancio. AL Lido tornano i grandi film, da Jane Campion a Pedro Almodóvar, da Paul Schrader a Paolo Sorrentino

Sono tornati gli americani, le star, le major, i blockbuster al Lido. Ma soprattutto ci sono i film di qualità, con attori eccellenti, guidati da registi che regalano film belli, anche quando non sono perfetti. A partire da Madres paralelas, che ha aperto la 78esima edizione con i colori sgargianti, i visi forti, i temi di introspezione psicologica femminile di Pedro Almodóvar. Il film racconta due maternità inaspettate di una quarantenne e di un’adolescente e di uno scambio in culla, tema frusto che solo un maestro del thriller psicologico come Almodóvar poteva tenere teso. In primo piano tornano le chicas (soprattutto l’ottima Penélope Cruz), pur legandole alla questione dei desaparecidos del franchismo (un po’ forzata nell’economia della sceneggiatura). Una primavoltità politica per Almodóvar, che però è pur sempre stato impegnato sul fronte LGBT, quando ancora era scabroso e freak parlarne.


Cruz da madre single almodovariana si trasforma in rossa, geniale e capricciosa regista gay in Competencia Oficial di Gastón Duprat e Mariano Cohn, la coppia di El ciudadano ilustre (2016), sottile trattato sulle ipocrisie degli intellettuali e sull’involgarimento della società. Qui l’operazione è simile, ma con forza visiva notevolmente migliorata. In ballo c’è un film e una contesa tra due attori (Oscar Martínez e Antonio Banderas), travolti dalla fiera del narcisismo. Molte risate, ferocia latina, però il finale è appeso. Se c’è un tema ricorrente in questa prima parte del festival – vario dal biopic all’horror, come accade nelle rassegne ben costruite – è sicuramente quello dell’emancipazione femminile nelle sue sfumature più nascoste. Accade anche in The lost daughter di Maggie Gyllenhaal, tratto da La figlia oscura di Elena Ferrante (e/o, 2006). Dalle spiagge napoletane di Ferrante, Gyllenhaal, figlia di Stephen, passa in quelle greche, ma riesce a trasmette l’inconfessabile incapacità di reggere la responsabilità genitoriale, sentimento ancora diverso dal rifiuto della maternità, più definitivo e pertanto più indagato. Già ottima attrice (Secretary, 2002), attivista per i diritti umani, Gyllenhaal usa un tappeto di musiche ad alto volume (come riscatto di un’epoca giovanile di libertà) per una professoressa universitaria americana, in fuga dal passato familiare, retta dalla bravura del premio Oscar Olivia Colman (affiancata da Dakota Johnson e Jessie Buckley) portando una ventata nuova. Altra donna sola e tragica è la Lady Diana in Spencer di Pablo Larraín. Kristen Stewart, che la interpreta, rende bene con la sua natura umbratile il senso di prigionia della principessa durante un Natale nella residenza regale di Sandringham. Le attenzioni morbose della stampa, della servitù, il terrore della rottura del protocollo sfociano in allucinazioni. Buona mano, splendidi costumi, ma lo spettro vagolante di Anna Bolena a volte porta sul crinale della farsa: manca il Larraín iper realista latino di Tony Manero (2008) e Post mortem (2010) e anche quello più “americano” di Jackie (2016). Destino ineluttabile anche quello dell’alcolista Kirsten Dunst nel selvaggio Montana agli inizi del XX secolo. Schiacciata tra i ricchi fratelli allevatori, il collerico Benedict Cumberbatch e il delicato Jesse Plemons, Dunst e il figlio (Kodi Smit-McPhee) sono pedine di una trama in cui ricorrono le tematiche care a Campion: il sadismo sotto cui si nasconde la fragilità e fiorisce l’amore, l’immensa potenza della Natura, con un godimento visivo che sarebbe miracoloso, se non avessimo visto Lezioni di piano (1993). Così capita anche per The card counter di Paul Schrader, magistrale nel suo genere di interno buio da nevrosi americana. Un ex soldato (il granitico Oscar Isaac), con un passato nelle prigioni di Abu Ghraib, diventa un professionista del gioco d’azzardo, per sfuggire al desiderio di vendetta.

Un ritorno alle origini di Schrader, ma manca la freschezza di American gigolo (1980).Una rinascita anche quella di Paolo Sorrentino, che con È stata la mano di Dio porta la macchina da presa nella sua Napoli sulla falsariga autobiografica di una adolescenza interrotta dalla morte dei genitori per un tragico incidente. Sorrentino si abbandona a una ricostruzione degli anni Ottanta (eccettuato l’omaggio onirico iniziale a Fellini con San Gennaro in carrozza) nel teatro naturale partenopeo, con quadretti familiari gustosi, ricchissimi di un’umanità vibrante e a volte dolente (Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri), in cui l’arrivo di Maradona è vissuto come redenzione. Sorrentino dimostra di saper cambiare tante pelli, che lo hanno reso diversamente e giustamente celebre, da Le conseguenze dell’amore (2004) a La grande bellezza (2013), anche se la parte sulle origini della carriera da regista sarebbe stata bene in un’altra pellicola. Fragile per il concorso Il buco di Michelangelo Frammartino, che con Le quattro volte (2010) aveva incantato restituendo la poesia di una Calabria rurale, ruvida e poetica. La spedizione speleologica agli inizi degli anni Sessanta nelle viscere del Pollino, con la bella fotografia di Renato Berta, accompagnata dall’agonia di un pastore, quasi fosse colpito dalla violazione della Natura, ha un che di irrisolto. Spiegabilissima invece la prima mondiale di Dune di Denis Villeneuve, fuori concorso: ha portato al Lido sciami di adoratori ad attendere Timothée Chalamet e Zendaya, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, assoldati in una saga con il solito predestinato (Chalamet), dotato di poteri mentali. Sabbia, cattivoni, caschi e tute attillate, déjà-vu di un qualsiasi Guerre stellari. L’apoteosi si raggiunge nei costumi di Jacqueline West e Bob Morgan: divise da esercito stalinista, mischiate a veli mediorientali e paramenti rubati a messe cattoliche e ortodosse. Anche a questo aveva già pensato il genio di Battiato in Voglio vederti danzare.
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