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Cent’anni fa nasceva Strehler: il mago delle luci, del rinnovamento teatrale e dell’opera

Questo articolo è stato scritto per la “Domenica” del Sole 24 Ore il 25 aprile 2021 per presentare il mio libro Strehler. Il ragazzo di Trieste. Vita, morte e miracoli, edito dalla Nave di Teseo

</span></figure></a> La copertina del ragazzo di Trieste
La copertina del ragazzo di Trieste

Di Giorgio Strehler nell’ultimo periodo della sua vita si sono cercate soprattutto le ombre, di cui riempiva i suoi spettacoli e con cui rivestiva le sue interpreti, spesso anche compagne di vita. Ma l’uomo che fondò nel 1947 con Paolo Grassi il Piccolo Teatro, la prima istituzione pubblica d’Italia, modello per le altre, era soprattutto un mago delle luci.

</span></figure></a> Strehler mentre aggiusta la maschera di Arlecchino
Strehler mentre aggiusta la maschera di Arlecchino
Non sapeva nemmeno lui come gli riusciva il trucco: semplicemente si metteva ad armeggiare nella scatola buia del teatro, e creava, imprecando e sfinendo i tecnici, atmosfere sovrannaturali impareggiabili o di raro verismo. In questa sua abilità c’è sicuramente lo zampino della sua città natale, Trieste, dove nacque il 14 agosto di cento anni fa, che trattiene nei suoi palazzi chiari una luminosità speciale. La città asburgica regalò al regista anche la sua vocazione di europeista convinto, rafforzata dal legame con Altiero Spinelli durante l’esilio in Svizzera. Di madre slovena, padre tedesco, nonni franco-balcanici, Strehler parlava infatti quattro lingue: serbo-croato con la mamma e il nonno, francese con la nonna, tedesco con la tata austriaca, italiano con gli amici. Con la stessa scioltezza si destreggiava tra due dialetti, il triestino, con il quale si rivolgeva a Claudio Magris, Paolo Rossi e Tullio Kezich, e il milanese, che imparò a sette anni, quando si trasferì definitivamente nel capoluogo lombardo e grazie a cui interpretò capolavori come El nost Milan di Carlo Bertolazzi. Proprio a Milano cominciò a manifestare il suo genio precoce, quando a diciassette anni, invece del liceo, frequentò di nascosto la Filodrammatici. Il salto lo compì però con Grassi, trasformando un cinemino, dove i fascisti torturavano i ribelli, nel simbolo della cultura teatrale italiana nel mondo. Qui i due amici, soprannominati “I Dioscuri”, realizzarono il “teatro d’arte per tutti”, in cui Grassi, il “poeta dell’organizzazione”, cercò con Nina Vinchi di raggiungere un pubblico più ampio possibile, contemplando studenti e operai.
</span></figure></a> La foto della fondazione del Piccolo Teatro
La foto della fondazione del Piccolo Teatro
Strehler, invece, si occupò dell’aspetto artistico, rivoluzionando la scena, amalgamando e perfezionando ogni componente, dalla scenografia ai costumi; rese protagonista la regia, scovando gesti, pause, silenzi nel testo, senza aggiungervi personalismi. Rinnovò la drammaturgia goldoniana, di cui fece risaltare la fuliggine di un mondo che cambiava, la lotta per la sopravvivenza delle classi umili. Per designazione dello stesso drammaturgo tedesco, fu interprete brechtiano per eccellenza e grande esegeta čechoviano. Rimangono indimenticabili i suoi Arlecchino, Le baruffe chiozzotte, Il campiello, L’opera da tre soldi, Vita di Galileo e Il giardino dei ciliegi. Strehler considerava il Settecento e i suoi alter-ego, Goldoni e Mozart, lenti attraverso cui capire la contemporaneità, poiché per lui quello era il secolo che univa ordine, rivoluzione e razionalità e in cui per la prima volta il problema sociale veniva affrontato in maniera filosofica. Non si cimentò mai con il cinema, come il suo rivale Luchino Visconti, ma fu eccelso regista d’opera, dal Falstaff in chiave padana al Così fan tutte mozartiano, che non fece in tempo a vedere in scena nella nuova sede del Piccolo Teatro, oggi intitolata alla sua memoria. Anche nella musica attuò un vero rovesciamento, pretendendo una recitazione all’altezza di quella della prosa. Venendo da una famiglia di musicisti ed essendo musicista egli stesso, teneva in pugno i più stimati direttori d’orchestra, dalla Scala a Salisburgo, perché sapeva leggere le partiture. Su tutti amò Riccardo Muti, con cui firmò una memorabile edizione del Don Giovanni alla Scala. Era un uomo politico, perché parlava alla società con i suoi spettacoli, ma fu anche partigiano, socialista, intimo di François Mitterand, in rapporti con il potente segretario del PSI, Bettino Craxi, per poi diventare senatore indipendente nella lista del PCI, non riconoscendosi più nel suo partito, ancora prima che si scatenasse Tangentopoli. Affascinante, con i suoi capelli azzurrati, il cerone o il fondotinta sul viso e la divisa nera da mimo-archistar, sedusse generazioni di spettatori e visse storie d’amore celeberrime e glamour, che finivano sui rotocalchi dell’epoca, da Ornella Vanoni a Valentina Cortese, cui regalava, insieme a non pochi patimenti, una dimensione artistica unica. Ma accadde anche a chi non condivise con lui una storia sentimentale, come Milva, che trasformò in eccelsa interprete brechtiana. O Massimo Ranieri, indimenticabile ne L’anima buona di Sezuan e ne L’isola degli schiavi di Marivaux. Narciso e timido, sempre sotto i riflettori, frugale e riservato nella vita quotidiana, era una contraddizione vivente: iracondo e tenero, generoso con i suoi attori, uomo di eccessi e successi. Adorato, temuto, criticato, odiato. «Le Monde» lo definì “il più grande regista del Novecento”.
</span></figure></a> Una foto giovanile di Strehler con dedica a Paolo Grassi
Una foto giovanile di Strehler con dedica a Paolo Grassi
La Francia lo accoglieva come un eroe, conferendogli la Legion d’onore e aprendo i suoi migliori teatri. Come fecero l’Austria, la Germania, la Spagna, la Russia, l’Est Europa, l’America. Osannato all’estero, fustigato negli ultimi anni in patria, era finito ad abitare a Lugano, dove si era autoesiliato su invito del sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, dopo anni di polemiche sulla nascita della nuova sede del Piccolo Teatro. Ma dopo aver combattuto il suo corpo a corpo con il Faust di Goethe, dopo anni di ritardi e lotte feroci, in cui era entrata anche la magistratura, stava per inaugurare l’enorme sede a pochi passi dal Castello sforzesco. Così ci fu uno stupore generale quando radio e telegiornali diedero la notizia che quel gatto di Strehler aveva consumato la sua settima vita, morendo a 76 anni d’infarto. Era l’alba del Natale del 1997 e gli amici si sentirono arrivare una telefonata. Qualcuno dentro il ricevitore diceva: «È morto Giorgio». Incredulità, dolore, paura, rabbia. Senso di straniamento, vuoto. Di fatto Strehler alla morte ci pensava, non riteneva possibile che lo riguardasse. La esorcizzava con il teatro: «Credo di aver fatto commettere centinaia di delitti, d’aver assistito a efferate uccisioni, dolcissimi strangolamenti, facendo di tutto per sconfiggerla. E quando la morte verrà penso che avrò affrontato molte prove generali». Buffo visto che di prove generali per i suoi spettacoli ne aveva fatte pochissime, anzi per arrivare a una “filata” di solito gli impedivano l’ingresso in sala, perché lui interrompeva, concionava, spiegava le sue coltissime teorie, con frustrazione esasperata degli attori, che non riuscivano a recitare i quadri nell’insieme. Amato o meno, un nuovo spettacolo di Giorgio Strehler continuava ad essere un evento, creava attesa, perché stava nascendo una cosa che prima non esisteva. E aveva un valore politico. La sua morte, anche per i detrattori, fu come il sipario frangifuoco calato violentemente sulla carretta dei comici, il finale che Strehler aveva inventato per l’opera incompiuta di Luigi Pirandello, I giganti della montagna.
Si ringrazia l’archivio del Piccolo Teatro per la gentile concessione delle foto riprodotte nel libro
</span></figure></a> Strehler con Paolo Grassi
Strehler con Paolo Grassi
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Giorgio Strehler
Il ragazzo di Trieste
Vita, morte e miracoli Cristina Battocletti La nave di Teseo, pagg. 440, 24 pagg. ill., € 20