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A colloquio con Peter Greenaway. Il Covid, il futuro delle sale, il film interrotto a Lucca e i 20 anni del Museo del Cinema nell’Antonelliana

La Mole di Torinoin 92 disegni
Ha riprodotto la Mole antonelliana in 92 miniature, acquerelli o schizzi a matita, dietro uno scontrino, su una bustina da tè o su un foglio di carta bianca. Peter Greenaway, regista, pittore, sceneggiatore e scrittore inglese, con tratto ironico e gentile ha trasformato la visionaria struttura, finita di costruire nel cuore di Torino nel 1889, in pagoda, chiesa o lampadina, creando una collezione visitabile fino al 31 agosto, nell’ambito delle celebrazioni per i vent’anni dalla sua nascita, nel Museo Nazionale del Cinema, che ha la sua sede proprio nel piccolo grattacielo ottocentesco.

</span></figure></a> Aurora borealis Mole di Peter Greenaway
Aurora borealis Mole di Peter Greenaway
Greenaway l’ha visitata per la prima volta da studente di architettura negli anni Sessanta: «Mi sono stupito davanti a questo straordinario, strano edificio, che assembla materiali come l’acciaio a canoni architettonici in stile greco o romano. Molto curioso, ancora di più se si pensa che la sua funzione originaria era quella di diventare una sinagoga». Greenaway risponde via skype dalla casa di campagna fuori Amsterdam, dove si è rifugiato dall’inizio del lockdown.
</span></figure></a> Peter Greenaway
Peter Greenaway
Gallese di origine, vive nei Paesi Bassi da venticinque anni, da quando si è trasferito per amore di una donna olandese, con cui condivide vita e lavoro. Non indossa il solito gessato blu a righe bianche d’ordinanza, ma una polo scura. Alle spalle si riconosce uno dei suoi bellissimi quadri, probabilmente della serie intitolata La donna di Rembrandt, che rappresenta una figura di donna sulla tonalità del giallo, scomposta in forme geometriche.
La collezione dei piccoli disegni esposta alla Mole, invece, è iniziata nel 1995 su invito di Domenico De Gaetano, dal 2019 direttore del Museo, vecchio amico di Greenaway. Il numero 92, che corrisponde alle opere esposte, ricorre spesso nei lavori di Greenaway, per esempio ne Le valigie di Tulse Luper (2003). «Si riferisce al numero atomico dell’Uranio, ma non si tratta di un’ossessione. Semplicemente il cinema corre nel tempo e ha bisogno di strutture. Può essere l’alfabeto o la segmentazione dei colori come ne Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989, che ha al suo centro un dipinto di Paolo Veronese, ndr).
L’uranio è l’unico elemento del futuro energetico che presumibilmente saremo in grado di controllare in maniera efficace e green».Per il compleanno del Museo, dal 24 giugno al 20 luglio, la Mole si è trasformata in cinema a cielo aperto, in cui i quattro lati della cupola si sono animati, nella notte, per venti minuti, di spezzoni di vecchi film e glorie del cinema. Greenaway ha visto l’esperimento, chiamato videomapping, in streaming: «Impressionante. È un edificio così enorme, una specie di Tour Eiffel, che si presta alla visione da distanze molto ampie e di cui si può sfruttare la tridimensionalità». Dentro, il Museo, che in vent’anni ha fatto dieci milioni di visitatori, è un florilegio di diavolerie per cineamatori, dalle wunderkammer ai manifesti, alle chaise longue su cui adagiarsi per calarsi in sogni o incubi. Anche se Greenaway rimane scettico: «Un museo del cinema è un concetto piuttosto effimero, una ricostruzione attraverso paraphernalia, ovvero armamentari, di poster, ricostruzioni di set, o oggetti da divismo, come la biancheria di Marilyn Monroe. Io credo che il cinema, come dice Godard, sia una verità in 24 fotogrammi al secondo, legata alla visione che deve avvenire in sala».
</span></figure></a> Videomapping Mole Antonelliana
Videomapping Mole Antonelliana
E qui arriva il tema caldo, visto che le restrizioni pandemiche a lungo ne hanno reso impossibile l’accesso. «Scomparirà l’idea del cinema come un evento tra amici, di cui fruire insieme dopo cena. Ma non abbiamo mai avuto un’opportunità così importante, da quando il cinema è nato più di un secolo fa, di nutrirci di film.
Puoi vedere Citizen Kane o L’anno scorso a Marienbad o Il gladiatore in ufficio o a casa. E questo è straordinario». Ed è forse il modo più facile per raggiungere l’obiettivo da sempre predicato dal regista gallese: l’alfabetizzazione visiva collettiva. Per Greenaway, infatti, il cinema, soprattutto occidentale, è eccessivamente schiavo dei dialoghi: «Che tu sia Scorsese o Godard non puoi andare a chiedere finanziamenti a un produttore con una serie di immagini. Io, che sono cresciuto come pittore, ho provato a presentare una trama narrativa molto semplice, ma molto complessa nella manifattura dell’immagine e non ci sono riuscito. C’è sempre bisogno di un testo di supporto. La gente va ancora al cinema, in maniera secondo me infantile, perché vuol sentire una storia, e in qualche modo penso sia una contraddizione». Il Covid ha interrotto un nuovo film di Greenaway, ambientato a Lucca, con Morgan Freeman nei panni di un giornalista che cerca in Italia le sue origini, risalenti a un amore nato durante la Grande guerra: «La domanda a cui risponde la storia è se sia possibile avere una bella morte. Non si tratta di una storia di zoombie o depressiva. Anzi. E la trovo molto significativa ai tempi del coronavirus».