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Che tempo fa al cinema? Riflessioni in tempo di sospensione

Nuove frontiere. La tecnologia ha dato la possibilità ai registi di creare finti piani sequenza, le serie tivù hanno liberato i film dalla durata standard, permettendo la sperimentazione

L’America dello showbiz ai tempi del Covid non ha perso un minuto. Visto che il cinema e la televisione sono arti collettive, il rifugio è stato internet. Così gli stand-up comedians hanno cominciato a riprodurre gag nel perimetro del salotto: Jim Gaffigan ha traslocato su Youtube le cene di famiglia; Sam Morril e Taylor Tomlinson “postano” video rapidi ed esilaranti sulle vicissitudini di una nuova coppia rinchiusa in quarantena. Meg Stalter, 29 anni, diva della commedia selfie, su IG Live vira in grottesco spettacoli di cucina e di magia, master class sull’arte della seduzione.
In Italia funzionano meglio video caserecci, forse perché più umani e confortanti di quelli professionali: finti sciatori che cadono dal divano, viaggiatori che guardano atolli vergini dall’oblò che si rivela l’impugnatura di un detersivo. Chissà se questi esperimenti influenzeranno il modo di fare cinema. Chissà se già qualcuno è uscito in solitaria per le strade, in violazione dei divieti, per raccontare la disperazione di Bergamo, la scheletrificazione di Milano, le strade vuote paurose di tutta Italia. In fondo nel cinema, come hanno dimostrato Neorealismo e Nouvelle vague, contano le idee più dei mezzi. Oggi più di prima visto che la digitalizzazione ha snellito e alleggerito procedimenti per loro natura pachidermici: la macchina da presa digitale ha eliminato la pellicola e il suo sviluppo e con un programma si possono realizzare montaggi che prima necessitavano di uno studio professionale.
Uno dei primi a buttarsi nella vertigine tecnologica è stato Park Chan-wook, autore del film di culto Old Boy (2003), con un corto girato con il cellulare nel 2011, Night fishing, dal risultato per nulla malvagio.


Sulla stessa linea anche il connazionale e iper prolifico Kim Ki-duk, dagli esiti altalenanti, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2012 con Pietà, che concepisce, accanto a pellicole più posate, film “sporchi” ma pieni di materia scespiriana anche con budget minimi.
Spettinati per volontà, epici, sottili, ironici, a basso costo sono anche le pellicole dei rumeni, che formano una delle correnti più vitali del cinema europeo e non solo (Cristi Puiu e Cristian Mungiu sopra a tutti). Sono lavori che funzionano perché vengono dall’urgenza e dalla fame di democrazia e di mezzi. Come molta dell’ultima produzione latinoamericana innovativa e spiazzante nel solco dissodato agli inizi del millennio da Alejandro Iñárritu, Pablo Larraín e Pablo Trapero. Eredità raccolta da autori semisconosciuti come Ciro Guerra, il cui El abrazo de la serpiente (2015) stordisce per la vertigine poetica, così come il gangster movie Oro Verde (2018), girato con Cristina Gallego, ha effetti epici inattesi.

Ciò che è cambiato davvero nell’ultimo cinema è soprattutto il concetto di tempo grazie all’apporto delle nuove tecnologie, evoluzione aiutata anche dalle serie televisive, che invece di erodere il grande schermo hanno permesso di sfondare l’arco standardizzato dei novanta minuti, facendo fiorire sperimentazioni anche ardite. Per rimanere in zona latinoamerica Carlos Reygadas nel 2018 ha realizzato un film, Nuestro Tiempo,  che è un flusso di coscienza per immagini di 173 minuti. La stessa larghezza si è concesso recentemente anche Martin Scorsese con l’ultimo The irishman (209 minuti). Il cinema è cambiato anche grazie all’uso dei droni: Hai wei wei con Human Flow (2017) ha raccontato le migrazioni con un lungo volo sui campi profughi, beccandosi la critica di averli ridotti a esseri minuscoli, senza volto, come spesso li condanna già la cronaca. Ma la rivoluzione l’hanno fatta soprattutto i finti piani sequenza.
Ciò che era possibile un tempo solo a maestri come Orson Welles ne L’infernale Quinlan (1958) e Aleksandr Sokurov con Arca russa (2002), ora è sperimentabile da tutti, anche se i risultati ottimali arrivano da mani eccellenti come quelle di Iñárritu per Birdman (2014) e di Sam Mendes per il recentissimo 1917. Basta però che la tecnologia rimanga nascosta dietro le quinte, perché se entra nel film da protagonista spoetizza e svoglia, come direbbe Guido Ceronetti. Nemmeno un grande come Michael Haneke è riuscito a rendere vive le inquadrature di skype o delle chat dei telefonini (vedi Happy End, 2017). Anche quella recente piccola perla de La vita invisibile di Euridice Gusmão di Karim Aïnouz tiene meravigliosamente fino a quando arriva l’epoca del telefonino.

A gabbare l’effetto freddezza è riuscito per ora solo Steven Knight con Locke (2013): vivavoce, volante, autostrada sono gli unici sfondi di uno strazio coniugale che è una coltellata. Cosa accadrà del cinema quando potrà tornare ad essere un fatto di squadra vedremo. Sicuramente si parlerà di coronavirus. I fonici dovrebbero approfittare dell’oggi per registrare le sirene che si mangiano il silenzio irreale interrotto solo dagli elicotteri.