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I trucchi geniali dei maestri del cinema per fuggire dal mondo: ecco cosa facevano Buñuel, Bergman, Fellini e Welles

In questi giorni sul web gira un video surrealista e assai spassoso: un papà in “clausura” da coronavirus, per sottrarsi alla propria figlioletta, si mimetizza dietro a un quadro portatile, dove sono dipinti i cuscini del divano su cui è disteso a leggere. Fuggire dal mondo è un richiamo istintivo, sul quale si sono esercitate le migliori menti escogitando bolle di sospensione, che sono un precedente consolatorio alla nostra “quarantena” quotidiana. Maestri del cinema come Federico Fellini e Ingmar Bergman “sparivano” in maniera radicale, altri, come Luis Buñuel e Orson Welles, in modo meno vistoso, ma quotidiano. Lo si ricava dalle meravigliose autobiografie di questi artisti, che soprattutto ora è bello riprendere in mano.
Bergman nella Lanterna Magica racconta due esperienze lontane nel tempo. Quando per punizione da bambino veniva rinchiuso nel guardaroba, portava con sé una lampada tascabile dalla luce rossa e verde che, diretta contro la parete, diventava lo scenario di storie bellissime inventate da lui. Riusciva così a trasformare un luogo di terrore, buio e pieno di insidie, nel suo cinema privato. Volontario fu invece l’esilio sull’isola di Fårö nel mar Baltico, cui era approdato con molto scetticismo per i sopralluoghi di Come in uno specchio (1961).

L’intervista di Gian Luigi Rondi a Ingmar Bergman

Catturato dalla potenza primordiale del luogo, dalla natura nuda, dalle teste di pietra pronte a ruggire disseminate sulla spiaggia e nel mare, trasformò l’isola nel centro di altri suoi film – Persona (1966), Vergogna (1968), Passione (1969) e Scene da un matrimonio (1973) – e nel suo buén retiro. Fårö per lui fu uno scrigno di silenzio e creatività, in cui scelse di restare fino alla fine dei suoi giorni.

Luis Buñuel trascorreva, invece, ore “deliziose” al bar, come racconta in Dei miei sospiri estremi. «Lunghi momenti di sogno, o meglio di fantasticheria… tutto preso dai cortei di immagini che non finiranno mai di sorprendermi». L’appuntamento era fisso: a un certo punto della giornata, dopo il lavoro, lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière lo accompagnava al Cyrano a Parigi o, se si trovavano a Madrid, al bar dell’hotel Plaza o al Chicote, e tornava a prenderlo puntualmente dopo 45 minuti. «Si sedeva di fronte a me, e allora dovevo raccontargli una storia breve o sintetica, immaginata durante i tre quarti d’ora passati a fantasticare».


Quegli esercizi di allenamento dell’immaginazione, così li chiamava Buñuel, sono finiti in molte scene di film celeberrimi.Federico Fellini – ce lo raccontano due libri, Fare un film e Sul cinema – quando tirava la corda per iper lavoro sul set finiva in ospedale, e lì, dove non c’era il telefono ed era interdetto l’ingresso a gente petulante che gli sottoponeva sceneggiature o si proponeva come interprete, diceva di passare la più bella vacanza che potesse sognare. Viveva con senso di liberazione anche un altro momento legato alla cura non del corpo, ma dell’anima: quando si recava nello studio dello psicoanalista junghiano Ernst Bernhard in via Gregoriana a Roma.

Federico Fellini intervistato da Enzo Biagi


Nel momento in cui faceva i gradini per raggiungere lo studio del dottore, aveva la sensazione di salire in una dimensione “altra”, su una mongolfiera che si innalzava sui tetti e sulle cupole della Capitale. Lo scampanio delle chiese all’ora della messa poi rendeva quell’“ascesa” un’esperienza addirittura metafisica.Avrebbe immortalato quello stato in 8 e 1/2: le persone che si muovevano in cerchio tenendosi per mano nel gran finale al ritmo della marcetta di Nino Rota altro non erano che i pazienti di Bernhard.Per Orson Welles il paradiso era piazzarsi al Ma Maison, il suo ristorante preferito a West Hollywood, dove si serviva cucina francese con qualche contaminazione californiana. Tra quelle mura, così esclusive che solo i clienti abituali potevano avere il numero di telefono, si svolgevano le trattative dell’impero del cinema americano. Orson guardava e rifletteva. Volle ricevere lì nel ’78 il produttore, sceneggiatore, regista, attore, drammaturgo, Henry Jaglom, con cui avviò una serie di conversazioni che divennero un libro, A pranzo con Orson, a cura di Peter Biskind. Quel luogo per Welles era una vera consolazione: ai tempi, a metà degli anni Settanta, era già l’ombra del grande regista di Quarto potere (1941) o de L’infernale Quinlan (1958) e progettava di ritirarsi.

Orson Welles al The Dick Cavett Show

Il Ma Maison era per lui un’isola felice, dove non veniva assediato dai creditori e dal “cane nero”, come chiamava la sua depressione. Da quei dialoghi venne fuori un libro gustoso, aneddotico e pettegolo, in cui Welles dipingeva un ritratto sociologicamente spietato della Mecca del cinema americano. Oggi , queste cinque preziose biografie possono essere piacevoli vie di fuga dalla “cattività”.
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