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Un altro colpo di Bong Joon-ho: la Corea del Sud sulle orme di un serial killer

Il film del premio Oscar, girato nel 2003, e ora nelle sale
Si mangia sempre e ovunque in Memorie di un assassino, perfino la grigliata dopo un’autopsia sul corpo quasi in decomposizione di una giovane.


C’è da credere che Bong Joon-ho voglia mettere a dura prova la fiducia dello spettatore verso il genere umano, come per altro non ha mancato di fare con Parasite, fresco vincitore di quattro Oscar, dove i poveri fanno la guerra ai ricchi, senza escludere colpi mortali ai propri simili. Memorie di un assassino racconta la corsa improbabile e affannata di una squadra di polizia coreana dietro un serial killer che non lascia nessuna traccia. Le vittime sono donne che indossano qualche cosa di rosso, legate e imbavagliate con la propria biancheria intima, uccise in una giornata di pioggia, mentre alla radio viene trasmessa sempre la solita canzone. L’ ambientazione è legata agli anni Ottanta, sulla scorta di un fatto vero: nell’arco di sei anni, dal 1986 al 1991, in una cittadina vicino a Seul vengono stuprate e uccise dieci donne. Memorie di un assassino potrebbe essere considerato un poliziesco, come il primo film di Bong, Barking dogs never bite (2000). In realtà al regista coreano non interessa la classificazione delle sue pellicole. Anche Memorie di un assassino sfugge da ogni catalogazione: è un poliziesco, ma è anche un thriller, con tratti grotteschi che rimandano alla black comedy e particolari splatter, come le formiche che escono dalla bocca di una vittima o un corpo quasi scheletrito in un gioco di vedo e non vedo. Quello che interessa a Bong è la critica alla società, come ha fatto per Parasite, Okja (2017) sullo strapotere delle multinazionali (e il film era prodotto da Netflix), Snowpiercer (2013) sul cambiamento climatico. Memorie di un assassino, girato nel 2003 e distribuito ora grazie ad Academy Two, è una pennellata della Corea negli anni Ottanta, arretrata e maschilista, in cui si scontrano il detective Park (Song Kang-ho, faccia notissima del cinema coreano), sostenitore del metodo lombrosiano (soprattutto a detrimento dei casi umani), contro l’investigatore cittadino e intellettuale, giunto da Seul, Seo (Kim Sang-kyung), che adotta il metodo razionale e analitico. Per completare il quadro Park è aiutato da Cho (Kim Rwe-ha), il cui potere persuasivo sta tutto negli anfibi militari usati per “convincere” i sospettati a confessare. Una polizia che tortura senza nascondersi, che produce prove per incastrare l’indagato. L’unica donna del gruppo è la poliziotta Ko Seo-hie, apprezzata dai colleghi solo quando indossa un vestito provocante per attirare l’assassino, per il resto, secondo loro, buona solo per fare caffè e fotocopie. Ma alla fine di tutto c’è un Paese che prova rabbia e soffre per la sua condizione, poliziotti compresi, che si confronta costantemente con il modello americano, che vive di pettegolezzi e superstizioni. Ma che ha prodotto però una generazione di registi di tutto rispetto, da KimKi-duk a Park Chan-wook, a Lee Chang-dong. Bong su tutti.
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