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L’importante film dei fratelli Dardenne sul fanatismo dal 31 ottobre nei cinema

I due registi belgi raccontano la storia di un ragazzino di 13 anni che si radicalizza per mancanza di riferimenti sociali solidi. Ma vi è un lieto fine

Ci sono registi, come i fratelli Dardenne, che, nonostante due Palme d’oro nel cassetto (Rosetta nel 1999 e L’Enfant – Una storia d’amore del 2005), si pongono nei confronti dell’interlocutore senza sussiego, anzi, con la curiosità di indagare quali bersagli abbia colpito il loro ultimo lavoro, in questo caso L’età giovane, in uscita il 31 ottobre, distribuita da Bim, in anteprima il 22 ottobre al Festival cinema di Roma. Il titolo dice già molto sulla figura del protagonista, un ragazzino di 13 anni, Ahmed (Idir Ben Addi), immigrato di seconda generazione, che vive in Belgio in uno di quegli ambienti disastrati dove, come direbbe Guccini, “dio è morto” e in cui i due fratelli amano calarsi.


Quello di Jean-Pierre e Luc, classe 1951 e 1954, è un cinema che vuole essere specchio della realtà e che, come sottolinea Luc, serve «ad accendere i riflettori sui contesti geografici e temporali in cui siamo inseriti». Un cinema che non ha bisogno di grossi budget e che sa dare, se deve, un pugno allo stomaco dello spettatore, come riescono a fare in Europa Ken Loach, il migliore Mike Leigh e quella new wave rumena, ironica e spietata assieme, che trova i suoi rappresentati più alti in Cristian Mungiu e Cristi Puiu. Ahmed è figlio di una belga e di un immigrato, che in un momento di difficoltà familiare trova nell’imam Youssouf (Othmane Moumen) e nelle sue prediche fondamentaliste un punto di riferimento. «Abbiamo voluto – spiega Jean-Pierre – per protagonista un ragazzino che sta uscendo dall’infanzia per entrare nell’adolescenza, privo di modelli familiari forti, la cui mente viene imprigionata dalle idee di un imam radicalizzato. Proprio quell’età, in cui vi è ancora qualcosa di indefinito, consente di immaginare per lui ancora un modo di salvarsi. Quando Ahmed viene soggiogato dal desiderio di assassinare la sua insegnante, lo spettatore si chiede se sia proprio il ragazzo a voler uccidere, o se piuttosto le sue azioni siano frutto delle parole dell’imam. Per farlo tornare alla vita non basta la disperazione della madre, è necessaria la sofferenza fisica attraverso cui capire che la morte non è solo un morso di zanzara, come gli aveva instillato un cugino martire della jihad islamica». I Dardenne dunque tastano il polso della nuova emarginazione, dopo aver portato la loro macchina da presa tra le roulotte della periferia, gli alcolisti, i disoccupati; tra chi è costretto a vendere i propri figli per povertà e ignoranza. «Lo spunto questa volta è venuto dalla cronaca degli attacchi terroristici a Parigi e in Belgio – precisa Luc-.

Abbiamo realizzato che gli attentatori sono giovani nati a Bruxelles, o nelle banlieue. Il nostro punto di partenza è quello di prendere la religione molto seriamente, soprattutto negli aspetti del fanatismo. Sicuramente le condizioni economiche e sociali possono influenzare e creare un terreno fertile che fa gemmare e crescere il fondamentalismo. A noi non interessava spiegare come una persona si radicalizza, ma piuttosto come questa possa superare la prigione mortifera cui si condanna». L’età giovane non ha nomi di richiamo tra gli interpreti, perché la filosofia dei Dardenne è anche quella di usare le facce di chi vive la realtà rappresentata dal film, affiancando magari interpreti di razza come, in passato, Marion Cotillard, Cécile de France, oltre agli attori feticcio Jérémie Renier, Olivier Gourmet e Fabrizio Rongione. Spesso i due fratelli belgi hanno usato gli occhi delle donne e dei bambini, come ne Il ragazzo con la bicicletta (Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes nel 2011), storia di un ragazzino, Cyril (Thomas Doret), rifiutato dal padre.

«Sia Cyril che Ahmed sviluppano un’ossessione – precisa Jean-Pierre -. Cyril nei confronti della bicicletta, Ahmed verso una presunta purezza. Cyrill però è più piccolo, ha undici anni, è possibile farlo ragionare mettendosi attorno a un tavolo, mentre Ahmed non ha coscienza del male, per lui uccidere è una azione positiva. Ci siamo chiesti: come si può fermare questo circolo vizioso? Abbiamo pensato a diversi finali e per due volte abbiamo lasciato a metà la sceneggiatura perché non riuscivamo a venire a capo del futuro di questo ragazzino che amavamo, profondamente solo, infelice, che abbraccia la morte nel momento in cui gli si dischiudeva la vita. Alla fine abbiamo voluto dare un segnale di speranza attraverso la paura di morire». Per realizzare la sceneggiatura i Dardenne hanno incontrato ex fondamentalisti, psicologi, psichiatri, assistenti, sociali, giudici, imam. «Il fanatismo è la notte più nera. Quello islamico è frutto di una lettura riduttiva e fuorviante del Corano, che la maggioranza dei musulmani rigetta. Noi raccontiamo a che prezzo ci si può salvare», rimarca Luc che poi, interrogato sulla paura di ritorsioni da parte dei fanatici, esclama: «Veniamo in pace. Peace and love!». Ed entrambi scoppiano a ridere.
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