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Dal Mittelfest il richiamo del fondatore del Sarajevo Film Festival Haris Pašovic: “Il populismo è pericoloso: guardate come è finita l’ex Iugoslavia”

Alla viglia del Mittelfest, dal 12 al 20 luglio, il direttore della rassesgna cividalese, riflette sul pericolo dei nazionalismi

Quando nel 1987, a 26 anni, Haris Pašovic mise in scena nell’ex Yugoslavia la gioventù in subbuglio del Risveglio di primavera di Wedekind, aveva dato voce alla sotterranea inquietudine dei ragazzi educati da Tito alla bratstvo i jedinstvo, fratellanza e unità. Mai avrebbe immaginato però che cinque anni dopo, nel 1992, la sua città, Sarajevo, sarebbe stata messa a ferro e fuoco da un assedio lungo quattro anni. «Siamo stati ingenui e non bisogna esserlo, abbiamo rimosso e non dovevamo farlo. Quando nel 1989 Milošević in Kosovo fece riferimento alle armi in un discorso pubblico, dicendo che i serbi si sarebbero difesi, ero incredulo. Quando siamo stati attaccati pensavamo ancora a un incidente, aspettavamo che l’esercito nazionale venisse a difenderci: invece ci sparò addosso». Il regista bosniaco reagì allo sgomento continuando a dirigere il MES International Theatre Festival, fondò il festival del cinema di Sarajevo nel 1993, che contemplava un pubblico di irriducibili a sfidare granate e cecchini: «Non avevamo cibo, né acqua, ma volevamo affermare la nostra umanità attraverso l’arte». Nella stessa situazione, sotto le bombe, Susan Sontag accettò, su invito di Pašovic, di dirigere un memorabile Aspettando Godot.Oggi, l’artista bosniaco, classe 1961, è uno dei registi più affermati, i suoi spettacoli sono rappresentati nelle piazze teatrali più prestigiose, da Avignone a Edimburgo, da Napoli a Singapore.

I riconoscimenti non l’hanno ammorbidito, le sue pièce continuano a essere provocatorie, disturbanti, avanguardiste anche quando rappresenta Shakespeare in poderose produzioni con centinaia di comparse, macchine e scenari giganteschi, pirotecnia e video installazioni. «Shakespeare consente una profonda lettura della società contemporanea, nonostante sia vissuto quattro secoli fa». Il Romeo di Pašovic è stato un mussulmano innamorato di una Giulietta cristiana. Islamico era anche il suo Amleto, un ragazzo che combatteva contro la corruzione. «A Sarajevo abbiamo convissuto per secoli pacificamente tra religioni diverse. Il mio intento è spiegare che cristiani, mussulmani ed ebrei hanno tutti gli stessi dilemmi, problemi e sogni». Pašovic ha scelto la leadership come fil rouge della rassegna che dirige per il secondo anno, il Mittelfest (dal 12 al 21 luglio), fondata da Giorgio Pressburger nel 1991 a Cividale del Friuli, anche per la sua collocazione geografica di crocevia, che le conferisce una particolare vocazione alla fraternità tra le genti di confine. «Nella nostra storia recente abbiamo avuto leader che hanno migliorato la nostra civiltà, offrendo una nuova visione all’intera comunità: Nelson Mandela, Gandhi, Martin Luther King.
E, all’opposto, figure catastrofiche, come Hitler, Stalin, Pol Pot che hanno provocato disastri. In questo momento di instabilità che ci rende apprensivi, insicuri e paurosi, gli elettori, stanchi di votare per i partiti tradizionali, cercano un cambiamento e lo vogliono velocemente. Ma in politica niente è rapido, e se lo è, bisogna preoccuparsi. Si sono affermati leader populisti, di cui Trump è la massima espressione, la cui politica è una forma di reality show. Non parlano di conoscenza, scienza, fatti, ma hanno fretta di conseguire i propri piccoli, ottusi interessi. I media e gli artisti hanno una grossa responsabilità nell’indurre i cittadini a usare il voto in maniera assennata anche per salvare il pianeta, che brucia per le nostre azioni suicide. Se il livello del mare si alza a causa dello scioglimento dei ghiacci, l’Italia sprofonda. Ma già ora le vostre città sono così inquinate da causare seri problemi alla salute dei cittadini». Quest’anno il focus del festival è la Grecia, culla della democrazia. «L’Occidente non è più così impegnato a propugnare il modello democratico e le grosse aziende pensano più al profitto che a finanziare campagne di democratizzazione, come accadeva in passato. Nei casi di grandi potenze, come la Cina e la Russia, dove non si può parlare di dittatura ma di autoritarismo, il capitalismo selvaggio ha effetti deleteri, soprattutto perché non vi sono nazioni confinanti democratiche che possano agire da sentinella e fare da barriera. Si dovrebbe istituire una piattaforma, in cui si controllano i controllori, soprattutto Stati Uniti e Inghilterra, che spiano i propri cittadini e quelli degli altri Paesi. La società deve rispondere chiedendo più democrazia. In questa crisi vi è una forte responsabilità della sinistra, che ha distrutto il proprio pensiero e la visione con l’operato di rappresentanti corrotti, che hanno tradito il loro ruolo. La destra non ha saputo colmare la lacuna, lasciando spazio a nuovi partiti istantanei, che promettono qualsiasi cosa e sono privi di esperienza nella leadership e nell’amministrazione della cosa pubblica». Una situazione che Pašovic ha già vissuto e che ha stigmatizzato nel 2012 con l’installazione Sarajevo Red Line: 11.500 sedie rosse dislocate per quasi un chilometro nel centro della capitale bosniaca nel ventesimo anniversario dell’assedio. «Nell’ ex Yugoslavia sappiamo bene che dal nazionalismo può nascere una guerra anche nel cuore dell’Europa odierna. Bisogna ascoltare i leader saggi, a prescindere dal fatto che siano di destra o di sinistra. La Merkel ha avvertito che viviamo una situazione molto delicata e se lo dice lei, che non è certo populista ma una conservatrice, bisogna crederle. Abbiamo bisogno di buoni leader, le cui qualità imprescindibili devono essere empatia, compassione, umanità».
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