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Il rifiuto dopo il lager: il documentario di Lanzmann e il film di Faenza

Dal 26 gennaio nelle sale "L'ultimo degli ingiusti", il documentario del regista di "Shoah". Da giovedì è nelle sale "Anita B.": è importante portarci i ragazzi

 

"La prima volta che compaio davanti a una telecamera? No". Risponde sardonico, tutt’altro che conciliante, Benjamin Murmelstein a Claude Lanzmann. Rabbino di Vienna ai tempi dell’Olocausto e ultimo capo del Consiglio ebraico di Theresienstadt, il "ghetto modello" creato nel 1941 da Adolf Eichmann, Murmelstein in L’ultimo degli ingiusti – nelle sale dal 26 gennaio – confuta qualsiasi domanda che il regista del monumentale Shoah (1985) gli rivolge.

 

Davanti alla macchina da presa era passato per pochi secondi nel 1944 durante le riprese promozionali che Eichmann aveva voluto per mostrare al mondo – dopo averne coperto la disumanità con un’operazione di maquillage – il suo "gioiello", costruito a sessanta chilometri a nord-ovest di Praga. Tra piccoli ebrei cui veniva distribuita una lauta merenda, anziani commossi durante un concerto, una folla in tripudio per la partita di calcio, Murmelstein figura accanto a Paul Eppstein, rabbino di Berlino e secondo decano di Theresienstadt, succeduto a Jacob Edelstein, rabbino di Praga. Eppstein ed Edelstein furono uccisi in breve, solo Murmelstein rimase in vita. 
Accusato di collaborazionismo per aver intrattenuto rapporti con i tedeschi, spinto dall’ambizione, tentato dal potere o dall’"avventura", come lui stesso confessa, o dalla paura di essere altrimenti ucciso, Murmelstein dopo un processo da cui fu scagionato, si rifugiò in Italia, sapendo che avrebbe rischiato la vita se avesse raggiunto l’agognato Israele.
Dalla macchia di essere un traditore cercò di difendersi affidando le sue memorie a un libro Terezin, il ghetto modello di Eichmann, pubblicato per la prima volta nel 1961 da Cappelli (Bologna), rieditato nel 2013 da La scuola (Brescia) e poi nell’intervista, rilasciata a Lanzmann nel 1975 a Roma, dove fu esiliato e dove morì nel 1989. A Lanzmann parlò, rabbonendosi solo a tratti, usando passi del Talmud e scampoli di mitologia, dei sette anni passati in contatto e scontro costante con Eichmann in cui, pur essendo una tragica marionetta costretta a eseguire ordini inevadibili per numero eccessivo e scadenze ravvicinate, riuscì ad aiutare 120mila ebrei a lasciare l’Europa ammalata di pazzia; delle contraddizioni interne al consiglio ebraico; dell’ignoranza sulla questione ebraica del luogotenente di Hitler, che Murmelstein definì un vero demonio, diversamente da quanto aveva fatto Hannah Arendt ne La banalità del male, secondo la quale, invece, Eichmann era stato elevato a una statura incongrua rispetto al mediocre burocrate che riteneva fosse. 
Solo 2012, all’età di 87 anni, Lanzmann ha deciso di non poter tenere più per sé la testimonianza di questo controverso personaggio, l’«ultimo degli ingiusti», come Murmelstein stesso si era definito, aspramente criticato da Arendt (a sua volta poco apprezzata da Lanzmann) e da Gershom Scholem, che ne voleva l’impiccagione.
Una luce, anche se pur sempre tenebrosa, nuova sullo sterminio, come quella di Anita B. di Roberto Faenza, ora nelle sale, che racconta l’allergia, a volte il rifiuto, della società civile per nulla disposta a essere comprensiva con chi tornava vivo dal lager, come accadde a Primo Levi, la cui testimonianza in Se questo è un uomo fu accolta tiepidamente e pubblicata in un primo tempo solo da una piccola casa editrice torinese.

 

Faenza supera Jona che visse nella balena (1993) e narra il travagliato "dopo" attraverso il libro di Edith Bruck (Quanta stella c’è nel cielo, Garzanti, Milano, pagg. 198, € 9,90). Anita (Eline Powell), adolescente di origini ungheresi, sopravvive a Auschwitz, ma vive mal tollerata nella nuova casa in Cecoslovacchia di Monika (Andrea Osvart), sorella del padre, morto assieme alla moglie nel campo di concentramento. Anita vorrebbe parlare della sua esperienza, che gli altri invece rimuovono, negando i segni della fede e del passato. Faenza non fa sconti a nessuno: sionisti, collaborazionisti, comunisti e gli stessi ebrei. Nell’intento di essere chiaro e di raggiungere i più, forse eccede nel didascalismo, ma il film vale la visione soprattutto del pubblico più giovane.

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