Il documentario, premio Oscar, narra dall’oscura
provincia russa la propaganda del premier per inculcare la guerra e il patriottismo
nelle scuole e preparare gli studenti a diventare soldati sul fronte ucraino
Cristina Battocletti
Mentre leggete, oggi, 19 aprile, in Russia, si celebra la prima Giornata della Memoria delle Vittime del Genocidio del Popolo Sovietico, ovvero del “genocidio perpetrato dai nazisti e dai loro complici nel periodo della Grande Guerra Patriottica”, che nel resto del mondo viene chiamata Seconda guerra mondiale. Non è solo questione di parole, ma di una lenta riscrittura della Storia, messa nero su bianco da un decreto firmato il 29 dicembre scorso da Vladimir Putin. La denazificazione è un termine caro al presidente russo per giustificare l’aggressione all’Ucraina e proprio a Volgograd, l’ex Stalingrado capitale della Resistenza, verrà inaugurato il primo “Museo dell’operazione militare speciale”, ovvero l’invasione a Kiev con un grande monumento dedicato ai suoi caduti.
Del nuovo corso dell’epica nazionale si accorge già nel 2022, in concomitanza con l’invasione dell’Ucraina, Pavel Talankin, un professore trentenne di Karabash, un’oscura cittadina della provincia degli Urali meridionali russi. Oscura perché rinomata, anche come attrattiva turistica, per essere una delle più inquinate del mondo. Il centro, 10mila abitanti, è un reticolato di casermoni in stile sovietico tra foreste di betulle, ciminiere della fonderia di rame e collinette di neve coperte da una fuliggine nera. Qui, i figli degli operai frequentano la stessa scuola dove ha studiato Pavel, detto Pasha, che è il responsabile e l’organizzatore degli eventi, nonché videomaker della scuola, figura inesistente da noi, eredità forse del forte radicamento in Russia del cinema come strumento di propaganda. Gli anni passano e Pasha registra e fotografa i cambiamenti fisici dei ragazzi, feste e teatri, diplomi, dove l’Occidente è ben masticato. Nell’ufficio di Pasha si trovano studenti vestiti grunge, anelli al naso, sopracciglia ritoccate, abituati a confidarsi sotto il poster di Hermione Granger e Severus Piton. Pasha frequenta anche le feste degli ex allievi, tra affetto e alcol distribuito su tavolacci in legno. Non è il posto delle favole, eppure Pasha davanti alla sua telecamera rivela: «Adoro quando fa freddissimo, quando si raggiungono i 45 gradi sotto zero e bisogna precipitarsi da una parte all’altra, col viso rosso e ghiaccio sui baffi. Adoro la gente. Adoro il labirinto e le tubature della fabbrica di rame. Adoro le macchie sulle pareti degli edifici».
Dopo aver annunciato la guerra in Ucraina, Putin si accorge di tenere ai bambini, futuri soldati e carne da cannone: non c’è provincia e città che sfugga alla sua brama militare. Alla scuola di Pasha le lezioni vengono virate sulla retorica patriottica e il giovane professore è costretto a filmarle, così come le marce di bambini inizialmente attoniti, ma poi sempre più abituati alla normalizzazione del conflitto. Nascono gruppi giovanili militarizzati e la Brigata Wagner di Prigozhin viene accolta a scuola per far toccare con mano agli studenti gli strumenti dello sterminio, dalle mine a farfalla ai kalashnikov. Si organizzano gare di destrezza militare, con tanto di premi, come quello per il lancio della granata. Pasha non vuole, né può credere che i bambini vengano allenati a diventare martiri, così rassegna le dimissioni dal suo incarico. Ma, nello stesso momento, viene contattato da David Borenstein, un filmmaker con base a Copenhagen, che raccoglie il suo post disperato sul web. D’improvviso Pasha ritira le dimissioni: si rende conto che dalla sua posizione è in grado di registrare un materiale eccezionale per documentare il lavaggio del cervello delle nuove generazioni. Da quando ha in mano il progetto il suo dissenso si fa molto più evidente a parole e gesti e, di conseguenza, si apre il solco della diffidenza tra l’insegnante, i cittadini che cercano di campare e i ragazzi sempre più guardinghi nei suoi confronti. Così nasce Mr Nobody against Putin, Il Signor Nessuno contro Putin – ora nelle sale, cercatelo su zalab.org – che ha appena vinto l’Oscar come migliore documentario.
Fumettoso, ironico, grottesco e disperante è diretto a quattro mani, da David Borenstein e Pasha Pavel Talankin. Fondamentale per la nascita del film è stata Lucie Kon, responsabile dei contenuti della BBC e produttrice esecutiva del film , che ha supervisionato il progetto e ha garantito il finanziamento da parte della rete britannica. Tra inni e coccarde, bandiere e il premio con un appartamento di lusso all’insegnante più asservito arrivano anche le prime vittime dal fronte tra gli ex ragazzi della scuola. L’ultimo sguardo è per la mamma bibliotecaria, che con borbottii dà ragione al regime, ma con gli occhi saluta il figlio che sa che sta per partire per non tornare più.
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