Sono 125 le recensioni raccolte nel volume «Cinema e bizzaria», ma i rimandi sono così ramificati da creare una vera costellazione cinematografica e letteraria dagli anni Venti ai 2000
«Più che un film bizzarro, è un film bello», così comincia la recensione di Goffredo Fofi a Ciclone sulla Giamaica di Alexander Mackendrick, autore che l’eugubino amava e apprezzava anche quando pubblico e critica, come in questo caso, non lo avevano premiato. Ed è una sincronicità piuttosto commovente trovare nell’incipit della prima scheda scelta per la consultazione, l’aggettivo contenuto nel titolo del prezioso e ponderoso volume appena edito da La nave di Teseo, Cinema e bizzarria.
Il libro ha la bellezza di poter essere spizzicato per gusto, curiosità, sfizio o studio (è anche un eccellente manuale per un recensore). Nel caso di chi scrive, la decisione di planare direttamente sul regista scozzese nasce dalla predilezione che Fofi accordava a Mackendrick negli ultimi articoli di una trentennale collaborazione su queste colonne. Le 620 pagine di Cinema e bizzarria, firmate dall’irripetibile critico letterario-cinematografico-filosofico-pedagogico-sociologico-politico, contengono centoventicinque schede, nate da un ciclo di conversazioni – “sobillate” da Anna Antonelli e Marcello Anselmo nella trasmissione Zazà su Radio 3 –, libere e volanti su cinema e letteratura, attingendo a un magma solidissimo di nozioni, rimandi, conoscenze, speculazioni fofiane. A sua volta, il titolo delle conversazioni era un omaggio a Bellezza e bizzarria di Mario Praz, di cui Fofi aveva curato per Garzanti una nuova edizione delle opere.
Eccezionale ed encomiabile è il lavoro del curatore, Sergio Arecco, che si è appigliato non solo alle doti oratorie di Goffredo, sbobinate da Giorgio Laurenti, ma anche alla sua molteplice produzione scritta per dare una forma compiuta, lucida e brillante, alle analisi sui film. Non era semplice, poiché la genialità (prima bastonata!) dell’eugubino era ramificata, complessa e generosa e si chiudeva sempre in un perfetto “compiuto” dopo superlative montagne russe anche sintattiche. Utile la divisione cronologica che segue gli anni di uscita delle pellicole (dai Venti ai Duemila) e il certosino e assai laborioso indice dei titoli e dei nomi. Per questo si può andare agilmente per “tuffi” di sfoglio cartaceo o digitale, a seconda delle propensioni cinefile o delle tracce lasciate da Fofi.
Per tornare al film del 1965 del regista scozzese, «è l’ultimo dei grandi film sui pirati», scrive Fofi ignorando la saga caraibico-hollywoodiana (grande per numeri), del Capitan Jack Sparrow-Johnny Depp. E si inizia una nuotata nella bellezza. Fofi parte dall’omonimo capolavoro letterario di Richard Hughes, da cui la pellicola è tratta, e fa un carotaggio sul profilo dello scrittore, rimandando a Capote, Golding, Brook, Isherwood. Quindi, arriva alla trama con scenari geografico-storici e il profilo del protagonista Anthony Quinn, citando alcune sue prove da attore: La strada di Fellini, Zorba il greco di Cacoyannis e il libro di Kazantzakis che ne era stato il supporto. Perché per Goffredo cinema e letteratura (ma anche teatro e musica) erano inscindibili, primi “utensili” di una riflessione per interpretare la realtà. Da bambino a Gubbio la sala era stata una finestra di connessioni e congetture che si era spalancata definitivamente, senza chiudersi mai più, a Parigi, dove era diventato l’incallito cinéphile che conosciamo, critico per «Positif».
La narrazione da prestigiatore, che tira fuori mille conigli (e tutti belli) dal cilindro, era frutto dell’entusiasmo irrefrenabile di trasmettere e di fare rete con i lettori. Ma solo la rete che lui considerava valida: le altre erano da scartare, come la Disney, di cui non salvava nulla, nemmeno Biancaneve. Non si ritrovava in quell’infanzia collosa con redenzione borghese. Era, piuttosto, proprio Ciclone sulla Giamaica «in assoluto uno dei film più belli sull’infanzia che io conosca, diretto da uno dei miei registi preferiti», di cui ricorda i capolavori: Mandy, la piccola sordomuta, Sammy va al Sud, La signora omicidi «gioiello dello humor inglese» e Piombo rovente «capolavoro… storia violentissima, durissima».
I film italiani sono una ventina (Blasetti, Bolognini, Brusati, Caprioli, Cavalcanti, Citti, De Filippo, De Santis, Fellini, Freda, Leone, Leonviola, Matarazzo, Mattoli, Missiroli, Monicelli, Pagliero, Risi, Steno, Visconti), ma ognuno di essi è raccontato come un piccolo saggio sulla cinematografia nostrana.
Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli parla del Boom economico e degli emigranti dal Meridione, cui Fofi si era interessato quando era giunto a Torino seguendo Raniero Panzieri, uno dei tre Maestri cui dedicò un ritratto Pasqua di maggio (gli altri erano Aldo Capitini ed Elsa Morante).
Da questo film si avvia una panoramica sulla “Commedia all’italiana”, le cui punte massime per Fofi sono I soliti ignoti di Monicelli (con rimandi a La giungla d’asfalto di un altro cineasta prediletto, John Houston) e La dolce vita. Una provocazione e un’asserzione quest’ultima, visto che la maggior parte della critica non considerava la pellicola di Fellini parte della “Commedia”.
Fofi ricorda i narratori «straordinari» di questo fortunato filone: oltre a Monicelli, Risi, Comencini, Salce, per poi sottolineare gli sceneggiatori di Io la conoscevo bene, Maccari e Scola, di cui amava La terrazza e Una giornata particolare. Ma quello che gli interessava era anche lo sguardo sulle donne di Pietrangeli, la visione del loro «massacro» (usa questa parola). Il film è del 1965 e la cronaca ci dice che è ancora, purtroppo, attuale.
Questi sono solo assaggi dei magnifici voli carpiati fofiani. Con Le ronde di Max Ophuls si balla nella Grande Vienna di Schnitzler e Freud. Ma partendo da I racconti della luna pallida d’agosto di Mizoguchi si passa per Kurosawa, Ozu, Ichikawa e si arriva alla narrativa di Ueda e Mori. E via così nell’ampia costellazione goffrediana. Buona traversata.
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Goffredo Fofi
Cinema e bizzarria
A cura di Sergio Arecco
La nave di Teseo
pagg. 610, € 28