È andata come doveva andare, piatta, piatta, giusta, giusta. Alla 98esima edizione degli Oscar ha vinto il bel cinema e il buon civismo. Bene per loro e per noi, visto che i nostri botteghini girano sempre intorno all’orto dello Zio Sam. Ha vinto un capolavoro, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, sbancando il tavolo: film, regia, montaggio, sceneggiatura non originale, migliore attore non protagonista e casting, una funzione fondamentale finalmente messa in risalto. Tre gli attori immensi nella pellicola: DiCaprio, del Toro e Penn, che ha vinto come attore non protagonista – dopo le due da mattatore per Mystic River e Milk –, ma ha disertato la cerimonia, rimanendo a Kiev dove gli hanno confezionato un Oscar con il metallo di un vagone ferroviario danneggiato da un attacco russo.
Avrebbe potuto vincere per qualità anche Sentimental value, almeno in qualche sezione, ma ha trionfato l’America first, sebbene in chiave antitrumpiana, perché Una battaglia dopo l’altra, basato su Vineland di Pynchon, ha una forte significato anti Ice. Così, il film di Trier ha vinto nella categoria degli internazionali, togliendo dal gioco La voce di Hind Rajab, che forse ne aveva più bisogno (uno dei suoi attori, Motaz Malhees, con passaporto palestinese, invitato alla cerimonia, non è stato ammesso in Usa). In fondo, non era meno importante di No other land che ha vinto l’anno scorso il migliore documentario. Il migliore attore è stato Michael B. Jordan per I peccatori nel doppio ruolo di gemello di sé stesso. Tolto il côte vampiresco, un po’ respingente ma quasi innocuo, il tributo suona quasi come un omaggio alla comunità afroamericana e alla mai abbastanza espiata colpa dello schiavismo e del razzismo, perché sulla questione ci sono stati film più originali da Pomodori verdi fritti a Green book. Immensa Jessie Buckley per Hamnet – Nel nome del figlio, se voli così in alto è difficile avere rivali.