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Streaming, piattaforme, esplorazioni: dove va il cinema o quello che potrebbe esserlo

A colloquio con Cristi Puiu. Il regista romeno, acclamato a Cannes, spiega il suo Malmkrog, che trasforma e unisce le discipline, anticipando la sperimentalizzazione digitale tra le arti, resa necessaria dal distanziamento

A distanza di quasi un anno dagli stravolgimenti che la pandemia ha provocato sul piano umano e culturale, ci si rende conto della chiaroveggenza e dell’anticipo sperimentale con cui il regista rumeno Cristi Puiu ha portato alla scorsa edizione della Berlinale il suo fluviale Malmkrog, anche in questi giorni sulla piattaforma del Trieste Film Festival.


Il film, che ha aperto e vinto la sezione “Incontri”, basato su I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv, trasforma la filosofia in teatro, il teatro in cinema, le visioni in suoni e viceversa, portandoci in territori di cui ancora non vediamo i confini. Puiu ha fatto coraggiosamente da battipista al laboratorio che mescola arti e digitalizzazione, grazie al quale la recente Prima della Scala, A riveder le stelle, si è trasformata in un evento televisivo cui assistere da casa per apprezzarne i contenuti multimediali. In quest’ottica il Rigoletto del Teatro dell’Opera alle Terme di Caracalla è diventato un documentario girato in diretta e la Prima romana del Barbiere di Siviglia ha preso le vesti di un film firmato da Mario Martone. È il principio che ha spinto la scorsa estate cinque giovani registi al festival di Santarcangelo a guardare attraverso la macchina da presa altrettante pièce e restituirne una visione personale ne La città del teatro, presentato all’ultima edizione di Filmmaker. In quale categoria rientrano questi “prodotti”?  Cinema, teatro musicale, teatro di prosa? Non lo sappiamo, dobbiamo ancora esplorare.
Puiu con Malmkrog chiede allo spettatore un’attenzione e una devozione ferrea per una pellicola a metà tra il pamphlet filosofico e il cinema teatrale, a sua volta diverso da quello di Manoel de Oliveira o dall’Ermanno Olmi del Villaggio di cartone (2011). Offrire una veste immaginifica a un libello che parla dei volti dell’Anticristo nel relativismo del XIX secolo è un’impresa epica, simile al Fitzcarraldo che trascina sulla cima della montagna la propria barca. Il regista lo ha fatto ingaggiando cinque bravissimi attori (Frédéric Schulz-Richard, Agathe Bosch, Marina Palii, Ugo Broussot, Diana Sakalauskaité, István Téglás), un notevole direttore della fotografia, Tudor Panduru, e una troupe rodata, piantandola nella campagna della Transilvania. Insieme hanno dato vita al racconto di un soggiorno tra amici, un politico, una giovane contessa, un generale russo e sua moglie nella tenuta di campagna («piena di fantasmi», scherza, ma neanche tanto, Puiu) di Nikolai, un proprietario terriero. Pasti abbondanti, giochi di società, discussioni sulla morte, il progresso, la moralità in polemiche sempre più accese che rivelano forti differenze culturali.
Puiu aveva scoperto il testo di Solov’ëv subito dopo il crollo dei regimi comunisti: «Negli anni Novanta finalmente circolavano anche in Romania traduzioni di libri di cui non sapevo l’esistenza. Come le esperienze dei sopravvissuti nei gulag di Stalin, proibiti durante la dittatura di Ceaușescu. In quel periodo dipingevo e ho deciso di darmi al cinema. Allora pensavo di volermi dedicare solo a storie del mio tempo». E così sono nati film come La morte del signor Lazarescu che nel 2005 ha incantato Cannes con quella sua caparbia, ironica e scabra visione dell’esistenza; o Sieranevada (2011), che osa iniziare con un campo lungo della durata di alcuni minuti su un parcheggio, per poi entrare nello spassosissimo circo di una società postcomunista confusa tra dietrologi, nostalgici, ultrareligiosi e iperconsumisti.

Film nuovi, speciali, liberi che diedero vita a una corrente di registi, la new wave romena, di cui fanno parte Radu Mihăileanu, Cristian Mungiu, Corneliu Porumboiu. Fenomeno che Puiu minimizza e di cui nega quasi l’esistenza: «Uscivamo dal comunismo e volevamo dire la nostra verità, che crediamo oggettiva, ma era e rimane soggettiva». A liberare Puiu dal “dovere della contemporaneità” è la visione di un film di Louis Malle del 1981, La mia cena con André: «I due protagonisti parlavano di tutto e di niente e io rimanevo incollato allo schermo. Ipnotizzato. Ho sempre creduto che il cinema e l’arte in generale avessero a che fare più che altro con la testimonianza, cioè con l’esperienza della vita reale. Ma poi mi sono chiesto: non è forse un’esperienza di vita l’incontro con il testo di un filosofo dell’antica Grecia? Mi piacerebbe fare una serie tivù sui socratici, in cui Platone è il protagonista della discussione. È solo l’educazione scolastica a bloccarci».Con Malmkrog interviene il capovolgimento di un’altra forma di educazione, quella cinematografica canonica. «Può un dialogo diventare azione? Non nel cinema convenzionale, dove il dialogo sostiene l’azione. I dialoghi servono a dare informazioni sui personaggi e sul significato del film. È possibile fare diversamente? Mi sono convinto di sì. In Malmkrog il dialogo nutre l’azione e si trasforma nel centro del film». Dal punto di vista tecnico c’è un uso massiccio dei piani sequenza e un’aritmetica e una musica segreta: «Il film è diviso in sei capitoli e ogni capitolo ospita sei piani sequenza. Ho strutturato il film come una Sinfonia: ho posto il tema nel primo Movimento e poi l’ho sviluppato. Ho anche inserito un brano dei Bee Gees alla fine. Ogni particolare è studiato: i quadri, per esempio, rappresentano un capitolo della Bibbia».Le critiche non sono state tutte favorevoli a Malmkrog. Alcuni giornalisti ucraini, segnati dal conflitto con la Russia, hanno contestato la scelta da parte di un artista, che ha subito il peso politico dell’ex Unione Sovietica, di concentrarsi su un autore russo. «Come rumeno ho visto la Russia invadere venti volte il mio Paese. Quando ho letto I tre dialoghi non ho pensato alla nazionalità dell’autore. Ho semplicemente desiderato fare mio quel testo, anche se avevo una paura e un timore reverenziale tremendi. Il film dura tre ore e venti. So che non è facile. Alcuni si lamentano del fatto che ho voluto trasformare la filosofia in cinema. Mi aspettavo anche questo. Sono un uomo adulto, non mi sono sorpreso. Ma mi stupisco se ci accapigliamo sulla nazionalità dello scrittore. È come dire che tutti i tedeschi sono nazisti, o gli italiani fascisti. Questo è un testo profetico, che parla di Europa in cinque lingue: inglese, francese, tedesco, ungherese, russo. Nel XIX e nel XX secolo l’aristocrazia dell’Est Europa comunicava in francese. L’Occidente ha realizzato solo dopo la caduta del Muro che c’era un puzzle geografico, contraddistinto da diverse filosofie». Puiu ha girato una pellicola coraggiosa. «Bisogna essere consapevoli che tutte le esperienze che trovi in un film, o in un libro, o in un poema non hanno nulla a che vedere con il pensiero razionale, con l’intenzione e il controllo dell’autore. Si chiama ispirazione, viene dall’alto, da un campo differente. Se è onesto con se stesso e ha voglia di sperimentare, l’artista deve essere pronto a sottostare a un processo molto lento, di cui non si può controllare la maturazione. Quando arriva, arriva e non è detto, per quanto forte sia il tuo desiderio, che arrivi. Se il tuo cuore e il tuo cervello non sono allineati, perdi tutto».