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Si è spenta l’antidiva della Nouvelle Vague: Agnès Varda se ne è andata a 90 anni. Raccontò le donne, la libertà, l’emarginazione

L’etichetta di esponente della Nouvelle Vague le è sempre stata stretta. Come lo era anche per l’amico Alain Resnais, montatore del suo primo film, La pointe courte, cui l’affibbiavano nonostante avesse spiegato in ogni salsa che i mostri sacri, come François Truffaut e Jean-Luc Godard, lo avevano sempre snobbato. Di fatto, però, Agnès Varda – regista, sceneggiatrice e fotografa belga, mancata venerdì scorso all’età di 90 anni nella Parigi in cui si era trasferita da tempo – aveva nel suo dna tutti i geni del movimento che diede uno scossone al cinéma français tradizionale. Varda fu una delle prime a scendere con la macchina da presa in strada, come fece, su diverse premesse, il Neorealismo in Italia. Scelse i viottoli di campagna non necessariamente ameni, in cui dormiva, sola, all’addiaccio la Sandrine Bonnaire di Senza tetto né legge, film vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 1985.

</span></figure></a> Agnes Varda
Agnes Varda
Entrò in appartamenti che non avevano nulla a che fare con la noia intellò annodata nelle spirali di fumo. Erano stanze di disperazione, in cui una cantante aspetta di sapere se un cancro la punirà di tutti i saliscendi sregolati di artista (Cleo dalle 5 alle 7, 1961); o quelle occupate da una Jane Birkin, non più femme fatale come in Blow Up di Antonioni o scandalosa interprete di Je t’aime… moi non plus con il compagno Serge Gainsbourg. Nel 1987 in Jane B. par Agnès Varda, innesto tra documentario e finzione, l’attrice era semplicemente una donna che aveva attraversato un momento di difficoltà, che anche grazie a Varda ritrovò lo smalto, realizzando l’anno successivo assieme alla regista Kung-Fu Master.
Alle donne Varda è sempre stata vicina, anche quando non era di moda. Per cui è stato naturale vederla sfilare in prima fila a Cannes nel 2018 – anno in cui le venne assegnato l’Oscar alla carriera – accanto alle sostenitrici del #MeToo. Sapeva guardare il mondo femminile in modo anticonvenzionale anche sotto il profilo della sessualità, come per la vagabonda di Senza tetto né legge che si acccompagna a uomini incontrati casualmente. Il suo sguardo intelligente si espresse con ironia nel riprendere il menage a trois tra gli attori di Lion love (and lie), girato a Los Angeles nel 1969. Varda, che era figlia di un greco, sapeva però restituire anche la radice tragica, da mito ellenico, delle relazioni sentimentali. Come per i protagonisti de Il verde prato dell’amore, che nel 1965 vince l’Orso d’argento a Berlino, in cui un marito, felicemente sposato, tenta di far accettare alla moglie una relazione aperta con la donna di cui è innamorato. Finirà male, come per la giovane Bonnaire, ribelle alle regole, la cui emancipazione aveva un aspetto disturbante e fobico per la società. Gli emarginati, con cui simpatizza tutta la filmografia di Varda, sono al centro di Les Glaneurs Et La Glaneuse (2000), in cui racconta coloro che si nutrono dei rifiuti raccolti nei mercati e nei cassonetti. È la vita, bellezza – sembra suggerire la regista -, la crudeltà degli egoismi, la durezza della quotidianità. Fu proprio il rigore verso la realtà e le tematiche legate alle vicende amorose, che indicarono La Pointe-Courte come il primo film della Nouvelle Vague, arrivando prima delle opere di Truffaut e Gordad.

La Pointe-Courte analizza il tormentato rapporto tra Silvia Monfort e Philippe Noiret, ma è anche il resoconto della vita del villaggio di pescatori, colta nel suo ambiente naturale con l’uso della camera a mano e di attori non professionisti. C’è l’impronta della documentarista, che si rivelò in Salut a les cubains (1963), montato sui magnifici scatti realizzati nell’isola di Castro, Black Panthers (1968), dedicato al processo agli esponenti delle Pantere Nere; o Cento e una notte (1995), riflessione sull’arte cinematografica. Anche all’amatissimo marito, il regista Jacques Demy, sposato nel 1962 e mancato nel 1990, dedicò due documentari, Les demoiselles ont eu 25 ans (1993) e L’univers de Jacques Demy (1995), oltre che un film, Garage Demy (1991). Ovunque traspare il suo estro di fotografa , palese nel penultimo dei suoi lavori, Visages Villages (2018).

Qui gioca con l’artista visivo JR, andando ad affiggere nelle provincia francese gigantografie degli indigeni: è un invito alla lentezza e al dialogo con le nuove generazioni. Ebbe una vita leggendaria Agnès Varda – in cui rientra anche la partecipazione ai funerali segreti dell’amico Jim Morrison -, raccontata parzialmente in Varda par Agnès – Causerie, presentato all’ultima Berlinale. Ci mancheranno il suo caschetto d’ordinanza, diventato negli anni bicolore per burlarsi dei segni dell’età, con le radici bianche e le punte tinte di rosso, e le sue pose da antidiva.
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