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Che si fa di Anna Frank? Nonostante l’entusiasmo di Natalia Ginzburg per il «Diario», Einaudi ne affidò la lettura fuori dal comitato del «mercoledì» con un anomalo iter editoriale

Nell’indice dell’anno 1952 delle opere discusse nelle riunioni del mercoledì all’Einaudi il Diario di Anna Frank non c’è. E fu per certo quello l’anno in cui si decise la pubblicazione di uno dei primi dieci libri più letti nel mondo, perché il titolo compare tra le note amministrative per il compenso della traduzione dall’olandese, commissionata il 15 gennaio 1953 ad Arrigo Vita per 115mila lire. Nei faldoni dell’Archivio Storico Einaudi presso l’Archivio di Stato di Torino si possono infatti trovare, oltre ai resoconti capillari degli incontri, omissioni, spie di percorsi editoriali alternativi, come nel caso di Anna Frank, che confermano la tempra estrosa ed eccezionale che aleggiava in via Biancamano e che, a volte, eludeva la “santità” del comitato scientifico, composto da teste che fecero grandi le pagine dello Struzzo. Oltre al patron Giulio Einaudi, si sono succeduti negli anni, tra gli altri, Norberto Bobbio, Giulio Bollati, Italo Calvino, Luciano Foà, Natalia Ginzburg, Massimo Mila, Cesare Pavese, Giaime Pintor, Elio Vittorini, Daniele Ponchiroli, di cui, con l’ottima curatela di Tommaso Munari, sono state date alle stampe le annotazioni di vita fuori e dentro la redazione ne La parabola dello Sputnik. Diario 1956-1958 (Edizioni della Normale, recensito su «Domenica» 25 giugno 2017, a pag.25, da Domenico Scarpa). Sulle pagine intime della piccola ebrea, nascostasi per non finire in un lager nazista, dove poi morì nel ’44, non vi è nemmeno la scheda di lettura, pratica introdotta da Pavese, in cui era annotata la storia di ogni libro: chi l’aveva segnalato, che cosa se ne era detto in riunione, gli accidenti in cui era incorso. Sandra Petrignani ne La corsara (Neri Pozza) sulla vita di Natalia Ginzburg, recentemente in corsa per lo Strega, individua nella vedova di Leone, tra i primi collaboratori della casa editrice, la figura decisiva che si batté per la pubblicazione del Diario, avvenuta nel ’54.

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L’introduzione fu effettivamente affidata alla scrittrice, che l’aveva letto in francese nell’estate del ’52 e che in una lettera del 5 marzo 1954 si confrontava con Luciano Foà, segretario generale della casa editrice: «Caro Luciano, l’altro ieri, mercoledì, ho spedito la prefazione per Anna Frank… non riuscivo a trovare il tono… Spero che sarai per me un gran sostegno».
</span></figure></a> La lettera di Natalia Ginzburg a Luciano Foà<br>dell’Archivio Storico Einaudi presso l’archivio di Stato di Torino
La lettera di Natalia Ginzburg a Luciano Foà
dell’Archivio Storico Einaudi presso l’archivio di Stato di Torino

Con Foà, che tenne le fila della casa editrice dal 1951 fino a quando si staccò per fondare nel 1962, assieme a Bobi Bazlen, l’Adelphi, Ginzburg aveva un ottimo rapporto, non sempre garantito in un ambiente di talenti, dotati di fiuto letterario notevolissimo, ma spesso conflittuale e provocatorio. Ne è testimone una lettera di Natalia dell’estate 1946, conservata all’Archivio torinese. Con il suo tratto chiaro, da Roma, dove si era trasferita, si rivolgeva al direttore: «Carissimo Giulio,… mi preme dirti che io non ho mai pensato che tu fossi in qualche modo contro Vittorini, che non ho mai sentito neppure un’ombra di diffidenza verso di te; che non ti ho mai visto in veste di Ždanov. E seppure direi che è vero che mi sento schiacciata o soffocata nella casa editrice… il lavoro nella casa editrice non può essere un lavoro di isolati. E questa casa editrice per come è venuta fuori e per come è stata prima, non può essere fatta da persone che in un modo o nell’altro siano portate a lavorarci a freddo o come sotto-lavoro». E ancora all’amico Cesare, sempre sulla stessa diatriba, che sottendeva un disagio di Natalia, riportato ai vertici: «Caro Pavese, la tua lettera abbastanza antipatica e sgradevole … è stupida perché hai l’aria di credere che noialtri si voglia diventare dirigenti, mentre nessuno più di me… aspira alla funzione di scopacessi… Ma anche nella funzione di scopacessi è necessario un minimo di autonomia…». In realtà, tra i tre ci fu sempre un’amicizia fraterna, tanto che, come racconta ancora Petrignani, Einaudi fu di fondamentale aiuto a Ginzburg quando si trattò di operare la figlia Susanna, avuta con Gabriele Baldini, mentre Pavese rimase malinconicamente nelle trame dei suoi romanzi, come nella figura di Ippolito in Tutti i nostri ieri (1952).Il piglio sulfureo ed eccentrico dell’editore, necessario per far emergere “libri unici”, per dirla alla Bazlen, si manifestò anche nel “caso Frank”, che rappresenta l’eccezione all’iter canonico del confronto collettivo del mercoledì. Il divo Giulio, nei suoi tipici scarti rispetto alla norma, chiese un parere sul Diario alla moglie di Foà, Luisa, detta Mimmina, che ne rimase folgorata e si espresse in favore della pubblicazione senza mezzi termini: «Ma siete pazzi ad avere incertezze? È un testo eccezionale». Ernesto Ferrero, già direttore del Salone del Libro di Torino e presenza durevole in via Biancamano, prima come ufficio stampa, poi come direttore letterario ed editoriale, conferma: «Poteva capitare che Einaudi affidasse la lettura a qualcuno fuori asse perché gli interessava un parere non istituzionale. Faceva leggere di scienza ai letterati, e viceversa. Natalia avrà dato parere positivo, in fondo è un libro molto suo, e a quel punto Einaudi ne avrà chiesto un altro, magari pregustando uno di quei forti scontri dialettici che gli erano cari. L’unanimità lo metteva sempre in sospetto». Mimmina, diversamente dal marito, non aveva origini ebraiche ma riconobbe nelle confidenze della piccola Anna l’universalità della sofferenza. L’incertezza sulla pubblicazione era dovuta alla fragilità del periodo e al bisogno della gente di guardare oltre le macerie della guerra; la stessa che indusse Pavese a rifiutare nel 1947 Se questo è un uomo di Primo Levi, bollando la sua scelta con un «troppi libri sull’argomento». Natalia, che aveva veicolato il testo in casa editrice attraverso suo fratello, amico di Levi, ebbe il grave compito di comunicare il diniego all’autore. L’errore fu reiterato cinque anni dopo quando Levi propose allo Struzzo una nuova edizione del volume, esaurito da De Silva, dove nel frattempo aveva trovato una prima pubblicazione. Einaudi lo scartò, volendo confermarsi scopritore primo e assoluto. A battersi accanitamente per Levi e Frank fu Luciano Foà, come ricorda ancora Ferrero in un articolo su «Tuttolibri» del 2015. Foà, nonostante la sua ritrosia per i lunghi spostamenti, si spinse fino a Monaco per incontrare il padre di Anna, Otto, e discutere i diritti del libro. Non ne ebbe una bella impressione. Otto apportò modifiche, cancellazioni e aggiunte alle riflessioni della figlia, che aveva a sua volta elaborato una prima stesura dei suoi pensieri, per poi tentare di convertirla in un romanzo, accogliendo l’appello del 1944 del ministro Bolkestein a Radio Oranje, che invitava a conservare i diari e altre testimonianze del periodo dell’occupazione. Il resto lo raccontano i 30 milioni di copie vendute nel mondo.
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Cristina Battocletti