Da giovedì nei cinema «Hannah»: una grande Rampling alle prese con una tragedia mai esplicitata

Charlotte Rampling sa portare la sofferenza con eleganza. Forse per questo Luchino Visconti l’aveva voluta nel ruolo madre deportata assieme ai figli in un campo di concentramento ne La caduta degli dei (1969), nonostante avesse solo ventidue anni. Ugualmente vittima della persecuzione nazista, Liliana Cavani ne Il portiere di notte (1974) le fece indossare le vesti di un’ebrea, sottomessa al proprio aguzzino delle SS anche a guerra finita: per lui si esibiva con il berretto lucido, i lunghi guanti di pelle nera e le bretelle sopra il seno nudo, dando corpo a un cliché erotico e sadomasochistico, cui Rampling ha cercato sempre di sottrarsi. In Hannah di Andrea Pallaoro, da giovedì nei cinema, è una signora agée, che dà con il suo nome il titolo alla pellicola, la cui esistenza ordinaria in una città francese è schiacciata da un fatto, mai esplicitato, che obbliga il marito (André Wilms) a isolarsi dalla società.


Un macigno che Hannah sopporta con un’espressione gracile e ambivalente, divisa a metà tra la dignità risoluta e l’impotenza del capro espiatorio. Il film girato dal regista 36enne di origini trentine, il cui percorso professionale si è svolto in America, grava tutto sulle spalle dell’attrice britannica, che per questa interpretazione ha conquistato l’anno scorso la Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia. «La sceneggiatura è stata pensata per Rampling, che ha accettato subito la parte – spiega Pallaoro -. Non ci sono stati interventi sulla scrittura, ma abbiamo forgiato il personaggio insieme, assorbendo la sua fisicità, il suo modo di muoversi e di guardare». La sofferenza nel film di Pallaoro è covata in seno al matrimonio, come accadeva, anche se in maniera meno tragica, in 45 anni di Andrew High per cui la Berlinale ha conferito a Rampling nel 2015 l’Orso d’argento come migliore interprete femminile. «Il film è una riflessione su quello che può accadere a un essere umano quando scopre che la persona con cui ha condiviso cinquant’anni della propria esistenza, con cui si è costruita un’identità, si è macchiata di un fatto gravissimo. Cosa deve fare? – si chiede Pallaoro -. Se Hannah disconosce il marito deve rigettare parte di se stessa». Il volto sempre fascinoso, coperto dalla cenere della disillusione, la piega degli occhi volta all’ingiù, non più lama verde che taglia schermo, Rampling è padrona più di silenzi che di parole: «Non ho voluto dettare allo spettatore cosa provare e cosa pensare – sottolinea il regista -, per offrirgli l’opportunità di riconoscere la propria storia dentro quella di Hannah. Per me l’obiettivo del cinema è la catarsi di chi guarda attraverso l’osservazione del personaggio, sondando la propria coscienza». La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Orlando Tirado, è tutta in levare con qualche eccesso di autorialità. Hannah è ubiqua, tra una fermata e l’altra della metrò, nella piscina dove immerge il suo corpo agile, durante gli esercizi di recitazione. Il resto del mondo è un gioco di riflessi : le finestre da pulire nella casa in cui lavora, la vetrina di un negozio, i finestrini del vagone della metrò in cui lo spettatore intuisce il movimento di una giovane che si cambia d’abito. In questi riverberi Hannah vede annidarsi la vita, che a lei è ormai preclusa. L’unica persona in cui sembra trovare conforto è un bambino non vedente. Come due assenze che si cumulino, si rispettino, si cerchino. Hannah è il primo capitolo di una trilogia sulle donne: «Sono attratto dai personaggi femminili complessi. In primavera comincerò a girare la storia di un transgender che torna a casa dopo trentacinque anni per curare la madre moribonda, che l’aveva cacciata». Ancora il tema dell’abbandono e dell’identità, ma questa volta sullo sfondo c’è l’America. Pallaoro, che vive e lavora tra Los Angeles e New York, si è trasferito negli Stati Uniti al quarto anno del liceo classico per frequentare qualche mese di scuola all’estero. E lì invece ha intrapreso gli studi cinematografici, culminati nel corto Wunderkammer, tesi del master in regia al California Institute of Arts, approdato in concorso al Sundance e poi premiato in molti festival. Nel 2013 con il primo lungometraggio, Medeas, è tornato in Italia al Lido di Venezia, nella sezione Orizzonti. Ma guardando Hannah più che al cinema nostrano di ultima generazione, fortemente motivato dalla provincia e dai sobborghi metropolitani, si pensa a Haneke: ad Amour (2012) per il contesto legato all’età dei protagonisti, al Nastro Bianco (2010) per il senso di colpa paralizzante. «Cerco di usare il linguaggio più coerente possibile alla complessità dei miei personaggi. Non mi sento di appartenere a un movimento cinematografico specifico, o forse vi appartengo senza saperlo. Ci sono film italiani molto belli, come Le quattro volte di Michelangelo Frammartino». Dove le parole non sono di casa.

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