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Fuocoammare: meritato l’Orso che illumina gli invisibili inghiottiti dal Mediterraneo

L’Orso d’oro della 66esima Berlinale getta un bagliore sulla pelle scura dei clandestini che viaggiano sulle carrette del mare. Sul nero del Mediterraneo che ne inghiotte a migliaia. Sulla caparbietà dei lampedusani che non si abituano a vederli morire. Si dice che la rassegna tedesca sia la più politica tra i festival di peso, ma nel caso di Fuocoammare è stata anche cinefila. Gianfranco Rosi racconta l’avamposto dell’esodo dei disperati di taglio, attraverso la poesia dei giochi dei bambini, le canzoni mélo, il gracchiare della radio, dove il bollettino dei naufragi viene poco prima della sospensione della corrente elettrica. I cadaveri ammassati con la fissità dei burattini lambiscono il racconto come il mare la terra, come la cronaca le nostre coscienze. C’è chi dice che è facile usare i corpi così come un pugno nello stomaco. Chi pensa invece, come ha fatto la giuria guidata da Meryl Streep, che sia coraggioso e necessario. Rosi ha la statura per non cadere nella retorica. Ben venga il suo cinema, che sa scommettere sugli invisibili, a scuoterci.