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Venezia 72: bilancio del Leone dai biopic al documentario sul Louvre

Su L’attesa di Piero Messina, in concorso ieri alla 72esima Mostra del cinema di Venezia, di Pirandello si stende solo «un’ombra cruda» (La camera in attesa, 1916), o l’esistenza degli altri come decisione interiore (La vita che ti diedi, 1923). Per il resto, il film dell’esordiente calatino è forte soprattutto delle immagini e della recitazione di Juliette Binoche, Anna, che decide di tacere la morte del figlio Giuseppe (Giovanni Anzaldo) alla fidanzata Jeanne (Lou de Laâge, buona candidata al Mastroianni), creando una surreale sospensione. Più che della letteratura L’attesa è debitore della sicilianità a tutto tondo, degli interni gattopardeschi, degli eccessi della terra – il nero dell’Etna contro scorci lacustri, quasi alpini -, del cibo e del paganesimo religioso nelle feste patronali (peraltro già troppo visto). Ma anche della scuola di Sorrentino, di cui Messina è stato aiuto regista: nella rotazione della macchina da presa attorno alla statua proprio all’inizio, nel materassino fuxia portato dal vento (La grande Bellezza), nel tapis roulant all’aeroporto (This must be the place). L’atmosfera sempre allo spasimo è il punto dolente di questa opera prima, che però ha la potenza di chi ha qualche cosa da dire, sia nell’abilità registica, sia nel messaggio non mediato, che si intuisce nello «sgomento», per dirla ancora alla Pirandello, delle cose che prendono il posto dei morti.


Lo stesso effetto di pancia lo provoca Beast of no nation con la differenza che il film di Cary Fukunaga cammina sul pericoloso crinale della lacrima facile: i bambini soldato in Africa. Il regista americano non lesina la mano pesante, dalla voce fuori campo all’ascia che sta per sferrare il colpo di grazia. Tuttavia si esce dalla sala con il pensiero martellante del piccolo Agu (Abraham Attah, un altro possibile Mastroianni); chissà come reagirà la giuria guidata da Alfonso Cuarón.

Per il resto, la competizione ha avuto finora un occhio per tutti i gusti della cinefilia. È passata dal classico (e ben fatto) The Danish Girl di Tom Hooper, premio Oscar per Il discorso del re, che di trasgressivo ha solo la storia di Lili Elbe (il premio Oscar Eddie Redmayne per la Teoria del tutto, un po’ statico in questi panni), tra i primi ad aver tentato l’operazione per cambiare sesso.
Altro film filologicamente impeccabile, ma senza colpi d’ala, è Marguerite di Xavier Giannoli, sulla naïveté di una ricca signora del secolo scorso (l’attrice Catherine Frot potrebbe meritare la Coppa Volpi), che si esibisce in gorgheggi penosi nell’omertà del pubblico torturato. Basato su una storia vera, quella dell’ereditiera americana Florence Foster Jenkins (sul cui biopic si sta cimentando anche Meryl Streep con Hugh Grant), la pellicola è piacevole, soprattutto tagliata di qualche capitolo. Ma che senso aveva metterla in gara?

Stesso discorso vale per Sokurov: per Francofonia, sul museo del Louvre, sarebbe stato più opportuno il “Fuori Concorso”. Con la coproduzione del museo francese, pochi avrebbero potuto fare di meglio di chi ha già spalancato le porte dell’Hermitage con l’interminabile piano sequenza di Arca Russa. Un colpo da maestro raccontare le stanze di una delle istituzioni artistiche più importanti del mondo attraverso il legame di imprevedibile alleanza tra l’allora direttore Jacques Jaujard e il conte nazista Wolff Metternich, che non fece spedire neanche una cassa del tesoro francese a Hitler. Ma a volte, nonostante la bellezza delle sequenze di repertorio, e l’idea che la cultura europea è una nave che sta per affondare davanti alla furia iconoclasta islamica, i passaggi per spiegare le altre sezioni museali (per esempio, quella assirobabilonese) sono deboli. Anche se la si condisce ironizzando su una Marianna che corre tra i corridoi sussurrando Liberté, Égalité, Fraternité e su un Napoleone che ripete «C’est moi!» a ogni piè sospinto. Francofonia non ha la magnitudo di Faust, che si garantì il Leone solo con la perdizione di Margarete, resa attraverso un tuffo nell’acqua.

“Fuori concorso” sono passati due buoni film su vicende realmente accadute: Spotlight di Thomas McCarthy sugli scandali di pedofilia nella chiesa cattolica di Boston (v. accanto) e Black Mass di Scott Cooper sul criminale Jimmy Bulger, che sempre nel Massachusetts, divenne negli anni ’80 il re della mala, grazie anche all’aiuto dell’Fbi e del fratello senatore. Nei panni di Bulger c’era Johnny Depp, presenza che ha euforizzato il Lido, piuttosto mogio nei primi giorni.

Fuori dagli schemi, in “Competizione”, l’orwelliano Equals di Drake Doremus, che dall’angosciosa e forse probabile anestesia futura dei sentimenti umani passa disinvoltamente al melò, salvandosi solo grazie alla buona interpretazione di Kristen Stewart, che è ancora diafana e scavata come un vampiro (la libereranno mai da Twilight?).
Meglio dei crepacci di Everest (che però della montagna ha lo spirito) sarebbe stato aprire la rassegna con Un monstruo de mil cabezas (in Orizzonti) del messicano Rodrigo Plà (già conosciuto per La zona), viaggio schizofrenico nella sanità privata tra Un giorno di ordinaria follia e Kafka.

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