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Applausi per il futuro-presente nevrotico di Gilliam e per il giovanissimo Dolan. Deludente Gaglianone

 

Di Cristina Battocletti

 

Un futuro in cui le televisioni ti inseguono ovunque, strisciando sui muri delle case, proponendo nuovi prodotti commerciali; un futuro in cui l’amore è bello solo se virtuale e quando è reale è deludente; un futuro in cui anche nei momenti di svago – una festa per esempio – gli uomini sono capaci solamente di riverberare la propria immagine via telefonino e leggere le notizie sui tablet (situazione, questa, terribilmente vicina al nostro presente). Così Terry Gilliam, acclamatissimo regista di “The zero Theorem”, film in concorso alla 70esima mostra del cinema di Venezia, ci ha raccontato la Londra dei prossimi anni, o meglio quella quasi contemporanea, anche se la pellicola è stata girata interamente in Romania per l’inferiorità dei costi rispetto all’Inghilterra.

Protagonista della storia, il premio Oscar Christoph Waltz nei panni di Qohen Leth, un solitario, fobico, geniale informatico, che lavora presso un’azienda di elaborazione di dati digitali, presieduta da Matt Damon (anche se nei titoli di testa di lui non c’è traccia, come di Tilda Swinton, nei panni di una nevrotica psichiatra virtuale). Qohen cerca disperatamente di telelavorare da casa – una chiesa sconsacrata – per aspettare una misteriosa chiamata. L’opportunità gli viene concessa a patto che dimostri, attraverso calcoli complicatissimi che vengono effettuati in un videogioco, che il mondo e l’umanità non servono a nulla – The zero theorem, appunto – e che noi siamo solo uno scherzo casuale del Big Bang. Spiato costantemente dal boss, aiutato dal giovanissimo figlio di quest’ultimo, piccolo genio della programmazione, Qohen continua ininterrottamente la sua opera impossibile, in attesa della telefonata, la stessa che l’aveva fatto star bene molto tempo prima, unico segno di gioia in un’esistenza fatta di amori e relazioni deludenti, e che un problema di collegamento aveva incautamente interrotto.  L’amore per la bella Bainsley (Melanie Thierry), che intrattiene relazioni virtuali, cambierà la sua vita.

Riproducendo una commistione tra passato e futuro, oggetti arcaici e religiosi, mescolati ad altri futuribili, il regista, una delle menti dei “Monty Python”, sembra tornato ai tempi di “Brazil” (1984), anche se è lui stesso a sconfessare questa identificazione in conferenza stampa. Gilliam, in grande forma, molto allegro e loquace in camicia a disegni sgargianti su un fondo nero, tiene a precisare: “Allora volevo parlare del futuro e oggi parlo del nostro presente, che ci ha presi prigionieri e ci ha costretto a relazioni solamente virtuali”.

Frears

Riferendosi alla figura del protagonista il regista americano ha spiegato: “La maggioranza delle persone lavorano per aziende di cui sono prigionieri. E nessuno pone domande per paura di perdere il posto”.

Il suo giudizio sulle nuove tecnologie non è tranchant: “Ci sono lati positivi e negativi. Questo mondo può essere pericoloso come entusiasmante. Per esempio, la Primavera araba, che oggi è al suo autunno, è scoppiata grazie alle tecnologie. Ma l’effetto pessimo è che siamo tutti isolati e separati, non esiste più la comunità”.

Applausi anche per il thriller psicologico di Xavier Dolan, regista e attore canadese di “Tom alla fattoria”, adattamento di una piéce teatrale di Michel Marc Bouchard.

Dlan

Dolan è il regista più giovane della storia a competere per il Leone d’oro con una pellicola che tiene fino all’ultimo secondo. E’ la storia di un creativo pubblicitario che da Montreal si sposta nella campagna canadese per partecipare al funerale del suo fidanzato. Arrivato a destinazione si accorge che la madre Agathe (Lise Roy), non sa nulla dell’omosessualità del figlio, come lui stesso è stato tenuto all’oscuro dell’esistenza di un altro componente della famiglia, Francis (Pierre-Yves Cardinal), fratello dell’amante defunto. Tra Tom e Francis si instaura un rapporto di forza, un legame quasi masochistico che soggioga Tom e che non lo fa partire dalla fattoria. “Il film è un tuffo nella profonda nevrosi di due personaggi, che tentano di elaborare insieme un lutto”, ha spiegato il regista in conferenza stampa,

La pellicola fluttua in una campagna da incubo, che è “urbanizzata e per nulla bucolica”, come spiega lo stesso Dolan. Molti i misteri a partire dalla morte del compagno, fino all’aura macabra che aleggia sulla famiglia di quest’ultimo. Il film, realizzato in brevissimo tempo, è il quarto di questo prolifico autore che ha iniziato a girare a 17 anni, dopo aver iniziato come doppiatore e attore. “Tom alla fattoria” è la pellicola della svolta rispetto alla trilogia sull’amore (“J’ai tué ma mère”, “Les amours imaginaires”, “Laurence anyways”): più psicologica, di ottima recitazione (Dolan potrebbe meritare una coppa Volpi come migliore attore). Ben caratterizzati i personaggi, forse troppo invasiva la presenza della musica originale di Gabriel Yared, che invece per Dolan era necessaria “perché solo così il film si agglutinava”.

Peccato per Daniele Gaglianone, pur molto apprezzato nelle sue opere precedenti, che tenta in “La mia classe” (Giornate degli Autori) di sensibilizzare il pubblico alla durezza delle condizioni degli immigrati nel nostro Paese, senza però riuscirci. Nonostante l’ironia e la bravura di Valerio Mastandrea, nei panni di un insegnante di italiano in una classe di immigrati, Gaglianone scade nella retorica della lacrima facile, sfruttando le terribili storie che ognuno dei protagonisti ha o potrebbe verosimilmente avere alle spalle. Forse se avesse seguito il cammino iniziale che filmava le difficoltà di apprendimento le avrebbe potute raccontare ugualmente con un altro registro. Il tutto è affaticato da una poco abile commistione tra documentario, film verità e fiction.