Ciak! si gira con la testa fra le nuvole

La pioggia sta già cadendo, se ne sente il crepitio, forato da un colpo di fucile, ma il cielo ancora non rivela nulla. Le nubi sono nere, quasi viola, cariche, sfericamente imperfette. Come «il tempo che è un cerchio che non si chiude mai», dice un monaco in Prima della pioggia di Milčo Mančevski e assicura che poco lontano già piove. Mentre i cumulinembi si sfumano in dita, la luce di un sole è nascosta e appannata, una voce fuori campo recita i versi di Meša Selimović, scrittore iugoslavo, morto nel 1982, nove anni prima che il suo Paese iniziasse a scomporsi: «con stridio gli uccelli fuggono nel cielo nero, la gente tace, il sangue mi duole nell’attesa».
Il film di Mančevski sbarcò alla Mostra del cinema di Venezia nel 1994, la guerra dei Balcani era iniziata tre anni prima, nel 1991, e il Lido rimase annichilito nel vedere su grande schermo ciò che si consumava a qualche centinaio di chilometri di distanza. Non poté che consegnare commosso ed annebbiato di impotenza il Leone d’oro al regista macedone, che, attraverso Rade Šerbedžija, reporter di guerra londinese ritornato nella sua Macedonia, constata e soggiace all’odio del suo popolo verso il vicino, un tempo buon amico.
Šerbedžija con il naso scolpito, l’aria malandrina, i capelli lunghi all’altezza delle spalle, è stato a lungo il volto charmant della Iugoslavia. Attore, poeta, musicista croato, per le sue posizioni antibelliche è stato costretto all’esilio forzato, prima a Belgrado e poi a Lubiana, per finire a Londra, fuggito dalle pazzie nazionaliste che tutt’ora strozzano i Balcani. Da quel film la carriera di Šerbedžija è decollata con Stanley Kubrick, John Woo, Clint Eastwood, Christopher Nolan, mentre la Macedonia, come gli altri Stati ex federati, ha ottenuto ciò per cui si è battuta: separarsi dal Paese di Tito, senza però eliminare il nepotismo e la corruzione che incancreniva la Federazione.
In questo film Mančevski trasforma il destino di Šerbedžija in una metafora della Storia, mescolando l’Odissea di Omero e il Romeo e Giulietta di Shakespeare. Sul nostro eroe, alla fine del film, le nuvole si fanno scure e dense nel viola che si stempera e si ingiallisce, lasciando solo un nembaccio procelloso a lato dello schermo. La coltre del cielo si fa beffardamente luminosa, ma mai limpida.
Molti dei raffinatissimi film di animazione di Hayao Miyazaki iniziano tra le nuvole. Sono soffici, bianche e apparentemente innocue ne Laputa Castello nel cielo, leggendaria città-castello volante che viaggia da centinaia di anni nascosta dalle nubi. Il castello è al centro di una guerra economica, politica e militare, ma vincerà chi rispetta la Terra come organismo vivente e complesso, come chiede la poetica del disegnatore giapponese. L’ambiente, il volo, gli oggetti volanti, sono la passione e l’ossessione di Miyazaki, profondamente antimilitarista, anche per reazione al padre, direttore e co-proprietario di un’azienda che durante la Seconda guerra mondiale produceva componenti aeronautici per i caccia.
Miyazaki ama che i suoi protagonisti siano bambini e donne, un femminile forte (La città incantata, Il mio vicino Totoro), indipendente, imperfetto, ma coraggioso, capace di esporsi al pericolo in virtù di amore di verità, solidarietà, giustizia e che sa farsi tramite di un dialogo con il misterico e gli spiriti, come in Princessa Mononoke, nel cui incipit le nubi transitano tra le cime delle montagne. Ed è una nuvola bianca, di passaggio sopra una cava tufacea, a dare il via alle avventure di Porco Rosso-Marco Pagot. A riparare con l’idrovolante di Pagot, asso dell’aviazione navale italiana, che negli anni Trenta sconfigge in volo i pirati dell’aria, è Fio, la nipote diciassettenne del titolare di un’officina. Durante la Prima guerra mondiale Pagot è rimasto sfigurato in un combattimento e ha assunto le sembianze di un suino: «piuttosto che fascista preferisco essere un maiale», dirà a un ex compagno d’armi che lo invita a riarruolarsi. Così l’eroe Porco Rosso riabilita l’animale più generoso, intelligente e bistrattato dalla percezione sociale.
Il castello errante di Howl inizia tra una coltre di nubi grigie in movimento: in questa nebbia cammina una casa- pesce, con le zampe di gallina, mentre la prima immagine di Kiki – Consegne a domicilio vede la protagonista, stesa su un prato, a scrutare il passaggio delle nuvole. Sono protezioni vellutate, panne montate girevoli, ma in Si alza il vento («bisogna tentare di vivere», recita il verso di Paul Valéry nei titoli di testa), la campagna è coperta dalla caligine della bruma.
Nella locandina che rappresenta il film, però, c’è un bacio tra due giovani davanti un’enorme nuvola, per testimoniare che il pessimismo cosmico del genio dell’animazione si inchina al romanticismo e alla fiducia verso le nuove generazioni.
Andate a caccia degli altri incipit nuvolosi dello studio Ghibli: l’autunno sarà più dolce.