Odissea: è Nolan l’ingegno multiforme

Il regista ha sperimentato una tecnica nuova su pellicola, con profondità e risoluzione che portano a un’esperienza unica,
in grado di togliere le sale dal ruolo di ancelle delle piattaforme
Se la Musa oggi dovesse cantare un uomo dal multiforme ingegno, guarderebbe Christopher Nolan. Gli inganni della sua Odissea sono riusciti a puntino: il primo teso a Ulisse, che da eroe sagace e malinconico si torce a principale responsabile del tracollo di una civiltà. Il secondo al poema omerico, che taglia, intreccia, innesta (è pur sempre il regista di Inception) con Iliade ed Eneide. Il terzo a noi figli della cultura greco-romana, costretti a perdonargli – soprattutto nelle scene itacensi –, la sovrabbondanza informativa di una banalità pornografica, in cambio delle potentissime scene di flashback, dove lo spettatore è sempre accanto a Ulisse, non meno vigile, pauroso, stupito, confuso, angosciato.
Ma Nolan non pensa solo agli intrighi, porta anche doni: riempie i cinema a luglio e fa discutere la gente di una guerra iniziata tremila anni fa, dimenticando le nuove diramazioni di oggi. Ma, soprattutto, il regista con l’Odissea porta avanti una tecnologia che permette di vivere un’esperienza nuova e offre una chance alle sale di uscire dalla palude di ancelle delle piattaforme: l’Imax (crasi per Image MAXimum), un sistema di proiezione cinematografica in grado di restituire immagini di una grandezza e una risoluzione superiore. Già il Cinemascope nel 1953 e il VistaVision, l’anno dopo, avevano aumentato le dimensioni della pellicola, mentre i sistemi multi-proiettore come il Cinerama nel 1952 avevano allargato l’area di proiezione. Con Imax il fotogramma da 70 millimetri viene esposto orizzontalmente all’interno del proiettore (illuminato con una lampada speciale da 15 kW allo Xeno), mentre le tradizionali pellicole da 70 sono a scorrimento verticale. Per capirci meglio, “normalmente” una zona di immagine è larga 48,5 millimetri e alta 22,1 e comprende lo spazio di 5 perforazioni; con il sistema Imax le immagini sono larghe 69,6 mm e alte 48,5 mm ed occupano 15 perforazioni.
Il primo film girato con Imax è stato Tiger Child, portato all’Expo ’70 a Osaka. Nolan, assieme al suo direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, ha iniziato a usare il sistema con Il Cavaliere Oscuro (2008) solo per alcune scene, aumentandone l’utilizzo con Oppenheimer e realizzando il primo lungometraggio girato interamente con cineprese Imax con Odissea. La rivoluzione ha toccato anche gli attori, che hanno dovuto adattare le tecniche di recitazione, imparate col digitale e macchine da presa più piccole, a una cinepresa enorme, che li rapporta alla maestà degli scenari che riesce a comprendere. Nolan è tornato alla pellicola (usandone 640mila metri), utilizzando una cinepresa che doveva essere ricaricata dopo tre minuti e così rumorosa che gli attori dovevano urlare per sovrastarne il frastuono («come avere un frullatore in faccia», ha detto l’Odisseo Matt Damon). Gli ingegneri hanno dovuto escogitare un silenziatore (il blimp), un involucro che la trasforma in un frigo di circa 130 chili da trasportare su e giù sui terreni non esattamente amichevoli di sei Paesi: Grecia, Italia, Islanda, Marocco, Scozia e Stati Uniti. I costi della produzione, che si stimano attorno ai 250 milioni di dollari, sono già stati superati dal triplo (per ora) degli incassi.
Da Il cavaliere oscuro, passando per Interstellar o Inception, Nolan ha sempre radicato le sue storie nella realtà e con l’Odissea ha messo sé stesso e la troupe in una condizione di fatica fisica che potesse emulare il nostos di Ulisse e ha creato, dopo i tentennamenti del 3D, l’esperienza immersiva più forte di sempre, con una profondità e dettaglio mai sperimentati prima. Spingendo la tecnica cinematografica un poco più in là, ha fatto un regalo al cinema e ai registi di domani, perché le sale Imax sono meno di mille nel mondo e in Italia solo tre (Orio al Serio, Sesto San Giovanni e Roma) e non del tutto adatte al formato dell’Odissea. Chi scrive l’ha vista in un cinema “normale”, ma, anche senza Imax, si è calata con Ulisse dal cavallo con cui ha ingannato i troiani, ha sentito il terrore davanti al corpo latteo del Ciclope, si è riempita di stupore sotto la neve sull’isola dei terribili lestrigoni, è inorridita all’allungamento delle ossa con cui Circe ha trasformato i soldati in animali, ha subito le dita di Scilla, mentre prelevavano nel mucchio le vittime, senza alcun criterio, secondo l’ingiustizia del fato che piomba nella nostra quotidianità appena apriamo certe pagine di cronaca.
Ha provato la nausea nel mare in tempesta, avvertendo il freddo dell’acqua sulla pelle, ha sentito il rimorso degli errori passati, quando Tiresia è emerso dalla sabbia e ha scatenato la rabbia dei compagni morti per le strategie dell’egotico comandante. Certo, è stato più difficile rimanere a Ogigia con Calipso, che tenta di psicoanalizzare Ulisse, propinandogli consigli new age. Ma togliendo di mezzo il dio che decide dall’alto, Nolan ci piazza l’esplorazione dell’inconscio, rendendo Calipso una sorta di manipolatrice psicopatica, che cura Ulisse, facendolo ricordare e, in parte, drogandolo con il fiore di loto e fondendo l’episodio di Ogigia con quello dei lotofagi, che è espunto come altri, compreso quello di Nausicaa, che ha oltremodo offeso i puristi. Ma qual è la purezza di un poema orale?
Nolan ha tolto i canti i cui protagonisti sono dativi e positivi per lasciare spazio a una civiltà senza speranza, come ci appare ora la nostra. Inutile il dibattito sulle armature rispetto all’epoca, i peplum d’antan si sono ispirati per costumi e scenografie all’arte romantica e la spina dorsale esposta sul retro dell’elmo di Agamennone è un sublime simbolo di fragilità. Le spiagge in cui approda Ulisse sono fredde come quelle di Dunkirk, una metafora delle carneficine di guerra, impossibile non pensare alla Normandia, all’Ucraina, a Gaza, al Sudan, all’Iran e a tutte le altre guerre in corso. Il mare è nero, salvo rarissime inquadrature, la Grecia è buia, la furbizia di Ulisse non è benemerita: non vince con onore, infrange la legge della Xenia, una mossa lesiva anche sul piano economico perché per i greci l’ospitalità era un modo per oliare e far fiorire le rotte commerciali. La via della diplomazia è abdicata in favore della guerra, il logos calpestato: lo sa Polifemo, cui non è stata data la possibilità di essere ascoltato. Gli esseri umani sono per lo più avidi, narcisi e imbroglioni e le donne non sono migliori, nemmeno la bravissima Anne Hathaway (Penelope), che tratta Tom Holland (Telemaco), come un poppante, mentre un ventenne nell’età del Bronzo era più che adulto.
Nolan ha scelto un cast di grande richiamo per attirare il pubblico più largo possibile. Damon non è mai retorico e Robert Pattinson è un Antinoo vigliacchissimo. Se non abbiamo avuto niente da ridire che Liz Taylor fosse l’egiziana Cleopatra, in base a quali criteri dovremmo lamentarci se Zendaya è Atena, e Lupita Nyong’o Elena e Clitemnestra? Il cast è eccezionale e questo basta (tranne Holland, piuttosto fesso, ma temo che sia la parte). Dimentichiamoci le pecche e godiamoci cinema e messaggio pacifista, anche per chi non ama Ulisse, come Bobi Bazlen, che lo considerava un borghesuccio, che, invece di godersi le esperienze psichedeliche e l’amore libero, non voleva far altro che correre a casa dalla moglie.