Molte delle opere in concorso hanno come protagonista una figura femminile con eccellenti interpreti: Hüller, Seydoux, Drucker, Huppert con il trionfo (per ora) del film su Mann
Fino a pochi anni fa era assai difficile trovare una donna protagonista di una storia- salvo personalità e storie eccentriche nel bene e nel male–, men che meno una presenza femminile dietro la macchina da presa. Questa prima parte della 79esima edizione del Festival di Cannes vira in senso rivoluzionario. Il concorso è partito con Vita di una donna, in cui Gabrielle Conti (una Léa Drucker dalla sensibilità mobilissima) ci porge la quotidianità, sempre in salita tra vita professionale e privata, della primaria del reparto di chirurgia maxillo facciale in un ospedale pubblico francese. Gabrielle possiede inizialmente una impenetrabile e monastica capacità di controllo su tutto, ma poi la regista Charline Bourgeois-Tacquet – che la dirige per sottrazione – immette nella sceneggiatura da lei scritta un granellino di sabbia che fa inceppare tutto: la passione, in questo caso omosessuale. Declinata in maniera finalmente “normale” e non come un’eccezione scabrosa, fa precipitare, però, il resto del film che con una parte italiana posticcia a Torino (forse per esigenze di produzione), rende artificiosa una storia semplice, che il migliore cinema saprebbe rendere miracolosa.
Ugualmente, Appunti a Nagi di Fukada Koji vede due giovani donne ritrovarsi: Yuri (Shizuka Ishibashi) è arrivata nel piccolo borgo rurale di Nagi da Tokyo per far da modella all’ex cognata Yoriko (Takako Matsu), scultrice. La macchina da presa riprende le affascinanti fasi della scultura, mentre le due “sorelle” curano l’un l’altra le proprie ferite emotive parlando. Il regista dà così corpo alla necessità di bellezza delle protagoniste, schiacciate dalla spoetizzazione del quotidiano: mentre l’invasione russa dell’Ucraina irrompe dalla televisione, si impongono gli spari delle esercitazioni di una base militare che il paese ha dovuto accettare, ottenendo in cambio un magnifico museo di arte contemporanea. Questo bel messaggio viene caricato, però, da due esperienze omosessuali, senza un innesto interessante e credibile.
Non ha niente di eccedente, invece, il Mostro gentile della sempre più interessante Marie Kreutzer, la regista che ha liberato dalla caramellosità la povera principessa Sissi ne Il corsetto dell’imperatrice. Una Léa Seydoux vibrante di dolore – da meritare la Palma – a volte compresso, a volte esploso, ci mostra tutta l’impossibilità per una compagna innamorata di realizzare che il padre del proprio figlio è pedofilo. Kreutzer, anche sceneggiatrice, non entra nell’orrore dei materiali pornografici, ma nell’ancora peggiore angoscia di chi deve affrontare le pulsioni indicibili di una persona amata, compresa la necessità di voler credere alle bugie. Sottovalutato dalla critica, è un film tenace, intenso e coraggioso che si muove attraverso la storia della pianista sperimentale Lucy e di Philip (Laurence Rupp, eccellente), regista in difficoltà, forse frustrato dal successo di Lucy, sviluppata in contemporanea con un aspetto della vita personale della commissaria, che indaga sul caso, priva di eroismo e solo apparentemente distante dalle famiglie coinvolte.
Di nuovo è una donna, Erika Mann (Sandra Hüller: che si può dire sulla sua capacità interpretativa illimitata?) a reggere, dalla seconda fila, la trama di Fatherland di Paweł Pawlikowski: bianco e nero impeccabile, quasi profondo, formato quadrato che impone una concentrazione sulla storia in un’estetica quasi da Conformista bertolucciano. La storia racconta il viaggio di fantasia – ma basato su documenti che intrecciano vari viaggi reali – del ritorno in Germania di Thomas Mann (Hanns Zischler) sulle orme di Goethe, tentando di unire con la letteratura ciò che la Seconda guerra mondiale aveva lacerato e la Cortina di ferro avrebbe separato in una tregua armatissima. La fiducia di Mann nella potenza dell’arte e il pessimismo nei rapporti di sangue vengono contrapposti al cinismo di Erika, che lo accompagna, nei confronti della cultura come arma politica, cui si aggiunge la totale disperazione per la morte volontaria del fratello Klaus (August Diehl), cui Mann reagisce con fredda dignità. Il contesto teatrale è ripreso a volte dal basso, altre dall’alto, a seconda degli stati d’animo dei protagonisti. Solo la mano ferma della regia rende il rigore di quel tempo che congelava i sentimenti e che solo la musica di Wagner e Bach è in grado di liberare. Il film è già in rampa di lancio per il Palmares, ma per chi scrive, in dissonanza con il resto della critica internazionale che lo osanna, pur essendo perfetto, non ha la stessa magia e stupore del premio Oscar Ida.
Due donne, Virginie Efira e Tao Okamoto, sono protagoniste di All’improvviso di Ryūsuke Hamaguchi che si focalizza su un tema urgente: la necessità in una società che invecchia di assistere gli anziani in strutture che contemplino l’ascolto e il rispetto della dignità degli ospiti, con riferimenti e citazioni anche all’esperienza basagliana nei manicomi. L’incontro tra Marie-Lou, che tenta di introdurre queste teorie nella sua casa di riposo, e la regista teatrale giapponese Mari, che cerca di curare un cancro, crea un percorso comune per «rendere possibile l’impossibile», proprio come Basaglia. Mirabile intento, ma poco credibile e troppo lento. Ma ancora, chi scrive, è controcorrente rispetto alla critica internazionale che lo giudica un capolavoro.
Meno felice il ritorno di Asghar Farhadi nelle sue Storie parallele, che ha confermato l’abilità del regista iraniano di fare e disfare trame psicoanalitiche. Il contesto parigino, in cui si sviluppa il film, però, lo ha spinto verso una cerebralità che non ha giovato. In Iran ancorava le sue pur complicate sceneggiature a una messa a terra che chiudeva il cerchio perfettamente (About Elly, Una separazione, Il cliente, Un eroe). Qui si intrecciano le storie di una scrittrice, un tempo di successo, Sylvie (Isabelle Huppert), con quelle dei suoi dirimpettai che spia e su cui scrive un romanzo di tradimenti e sangue. Nello scenario si innesta un senza tetto, Adam (Adam Bessa), il quale a sua volta si infila nel romanzo di Sylvie da autore. Remake della sesta parte del Decalogo (1988–89) di Krzysztof Kieślowski, Non commettere atti impuri, regala una magnifica interpretazione di Huppert nel ruolo senile di accumulatrice di spazzatura nel totale mescolamento e influenza dei piani di realtà e finzione; ma il vero intreccio, purtroppo reale, è la morte, proprio nel giorno della proiezione ufficiale, di Krzysztof Piesiewicz, citato nei credit, con cui Kieślowski aveva scritto il Capitolo 6.
Ci sono stati anche momenti di grande allegria sulla Croisette, come la Palma d’oro onoraria a sorpresa a John Travolta, alla prima del suo film di esordio Volo notturno per Los Angeles. Sinceramente incredulo e commosso, con un basco bianco per coprire la calvizie ha detto: «Questo va oltre l’Oscar», mentre il suo grazioso film, intimo e personale, sul volo che ha portato lui e sua madre a Los Angeles, curatissimo e wesandersoniano nei dettagli, ha strappato parecchi applausi entusiasti da parte degli spettatori durante la visione.
Altrettanto applaudito il notevolissimo The match, di Juan Cabral e Santiago Franco, documentario che ricostruisce la partita Argentina-Inghilterra ai Mondiali del 1986. I due gol di Maradona e la guerra delle Faulkland/Malvinas vista con gli occhi dei giocatori di allora riuniti . Anche il film di apertura ha regalato un sorriso: la Venere elettrica di Pierre Salvadori. Ambientato nella Belle Époque parigina tra scheletri amorosi, metempsicosi e sedute spiritiche – a metà tra Romeo e Giulietta (alla larghissima) e Woody Allen –, il film scivola benissimo anche grazie all’abilità degli attori e a un finale felice. I francesi sì che sanno sostenere il proprio cinema.
© RIPRODUZIONE RISERVATA