Bernardo Bertolucci in mostra: lotta di classe con John Ford

Una mostra al Palazzo del Governatore su «Novecento» ci porta egregiamente nei percorsi consci e inconsci, dalla terra al padre, che guidarono Bernardo Bertolucci
Dallo scalone del palazzo del Governatore di Parma una gigantografia di Bernardo Bertolucci, su sfondo rosso deciso, accoglie il visitatore di Bernardo Bertolucci. “IL” Novecento, la mostra che omaggia i 50 anni dell’omonimo film in due atti del 1976. B.B. guarda l’interlocutore con un sorriso sardonico dai suoi abiti borghesi – giacca di tweed, cappello di feltro, cravatta scozzese – dichiarando subito le origini benestanti. Con un distinguo. Lui non è uno dei Berlingheri, i signori di Novecento – la sua famiglia appartiene alla media borghesia – e nemmeno uno dei contadini sfruttati, rappresentati nel film dalla famiglia Dalcò. Ma è per quest’ultimi che mette la sua «arte al servizio della rivoluzione», raccontando la lotta di classe dagli inizi del 1900 alla Liberazione nella pianura emiliana, dove è nato e cresciuto.
Sono tanti i filoni della mostra, ottimamente curata da Gabriele Pedullà, che si cuciono attorno a questo film epico, tra i riferimenti pittorici, filmici, il peso delle radici e l’amore per esse, la stagionalità della campagna, la musica, la linearità e la circolarità del tempo. La prima sala parte inevitabilmente da Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, incipit del film con una carrellata all’indietro sul quadro, sostenuta dalla colonna sonora di Ennio Morricone. Poi, sapientemente, il percorso espositivo mescola l’epoca e l’intimità, vissuta dal regista, facendo affiorare anche gli impulsi inconsci: il superamento della figura del padre biologico Attilio, «un poeta, un grande poeta», scrive Bernardo; e di quello cinematografico, Pier Paolo Pasolini, che fece esordire B.B. come assistente alla regia in Accattone. La durata di 5 ore e 20 di Novecento viene inquadrata nella tendenza del periodo a costruire opere di passo enciclopedico. Come La storia di Morante, Corporale di Volponi, Petrolio di Pasolini, i libri combinatori di Calvino, oltre a La camera da letto, l’opera su cui il padre Attilio spese dieci anni di lavoro. I concept album dei Beatles, Pink Floyd, De André. Il totalizzante sogno comunista emiliano, dove la combattività dei parmigiani è apprezzata da Gramsci.
Ovunque, a dominare con i suoi maiali e le mucche è la “bassa” parmense, cremonese e reggiana, la cascina Corte delle Piacentine a Roncole Verdi (Busseto), Guastalla, Rivarolo del Re, dove sono stati girati i due atti. Questi luoghi sono la proiezione di Casarola e Baccanelli, le case del padre e della madre di Bernardo, Ninetta Giovanardi. Nella loro piattezza si indagano anche gli interni, accendendo la fantasia pittorica del direttore della fotografia, Vittorio Storaro, e quella architettonica dello scenografo, Ezio Frigerio, che poi con Strehler farà alla Scala il Falstaff padano.
Bernardo, da piccolo, vive la pianura come una terra di mezzo, da cui guardare la città lontana, distante, però, anche dal Po, vissuto in una dimensione mitica quanto il Mississipi e il Nilo. Assieme a Giuseppe, il fratello più giovane di sei anni, gioca agli indiani con i figli dei contadini. Novecento si nutre, infatti, delle atmosfere western di John Ford e Howard Hawks e Sentieri Selvaggi è il vero termine di paragone della sceneggiatura scritta da Bernardo, Giuseppe e Franco “Kim” Arcalli a Casarola. Gli altri registi cari, naturalmente, occhieggiano: Godard con La Chinoise, Ėjzenštejn e Tarkovsky, il Rossellini di Roma città aperta e del Generale della Rovere. Tra quadri, foto e libri scorre l’infanzia del regista, fino allo spostamento a Roma per raggiungere il padre nel 1951, quando Bernardo aveva dieci anni e Giuseppe quattro. In una lettera al padre, ossessionato dal cinema, Bernardo racconta del Lux di Parma, strapieno per Don Camillo e Peppone e di una donna che gli sviene accanto per mancanza d’aria. Accanto, vi è una poesia del piccolo Giuseppe – che sarà anche lui sceneggiatore e regista –, di rara profondità e maturità che, assieme ad alcuni disegni, indica una genialità precoce. Purtroppo, non ebbe mai il dovuto riconoscimento: rimase, per lo più, il “fratello di”. Di Giuseppe si può vedere nel percorso espositivo il documentario in cui si racconta il making of di Novecento.
Tra gli aspetti affascinanti della mostra, c’è la ricostruzione della scelta degli attori, costellata di sincronicità. Bernardo volle Robert De Niro per Alfredo Berlinghieri, dopo averlo visto nel 1973 in Mean Streets di Scorsese, uno dei più grandi estimatori di Novecento. La scelta fu baciata dall’Oscar come migliore attore non protagonista per Il padrino- parte seconda nel 1975. Alfredo è un nome da Traviata: i Bertolucci sono, infatti, devoti all’opera e a casa hanno un arazzo (esposto a Palazzo), dove è rappresentato Verdi, che nel film è pianto da un personaggio di nome Rigoletto. Gérard Depardieu – conosciuto come baby sitter dei figli di Varda e Demy, grandi amici di B.B. – con la sua vita randagia appare subito il contadino rivoluzionario, Olmo Dalcò. A Stefania Sandrelli, frequentata con l’allora compagno Gino Paoli, Bertolucci regala uno dei pochi ruoli , come in Io la conoscevo bene di Pietrangeli, in cui non si privilegia la sua innata sensualità. È un’indovinata Anita (nome di ispirazione garibaldina), compagna di Olmo, maestra pasionaria.
Dominique Sanda fu giustamente Ada, creatura ingenua, violata dai potenti. B. B. l’aveva già strappata per Il Conformista a Bresson, che era convinto di averla persuasa a non recitare più dopo Così bella, così dolce. Donald Sutherland fu un magnifico vigliacco prevaricatore fascista. Bernardo non avrebbe voluto Laura Betti per il ruolo di Regina. Era troppo legata a P.P.P., ma era troppo brava nel ruolo di perfida vipera borghese. B.B. in Novecento seppe distaccarsi da Pasolini nello sguardo pittorico: nel poeta friulano era rivolto al Medioevo spirituale, in Bertolucci al divisionismo e al Delacroix di matrice politica. Anita (Anna Henkel), figlia di Olmo, è La libertà che guida il popolo con il forcone al posto della bandiera. Il film fu amato, odiato, contestato, sminuito e il risultato fu contraddittorio anche per i compagni che non gli perdonarono molte cose, fra cui il budget, allora astronomico, di 4 miliardi, che ottenne grazie al successo de L’ultimo tango a Parigi.
L’ultimo inchino della mostra è per l’enorme bandiera rossa del film che viene celebrata con i quadri di Franco Angeli, Lucio Fontana, Mario Schifano, Franco Mulas, Renato Guttuso, Giulio Turcato, Alighiero Boetti.