Orcolat, il film documentario scritto e diretto da Federico Savonitto, ricostruisce fatti e conseguenze del terremoto del ’76 con audiovisivi dell’epoca e testimonianze di artisti e protagonisti della ricostruzione, andando oltre la retorica del rimboccarsi le maniche senza perdere tempo e delle poche lacrime versate in favore di un lavorio costante (cose, per altro, vere). Chi scrive conserva il primo ricordo della sua vita a tre anni e mezzo a Cividale del Friuli: la corsa pazza per le scale per scendere in piazza, la grappa offerta a tutti dal barista, la notte in una tendopoli a Manzano, i sei mesi passati sulla riviera adriatica.
Sentire nel documentario cucire fatti e testimonianze dalla voce calda e pacata di Bruno Pizzul, di cui il 5 marzo ricorreva un anno dalla morte, è una carezza. Pizzul per anni è stato uno dei pochi volti conosciuti del Friuli, una terra così marginale che anche Papa Paolo VI, all’indomani della prima terribile scossa, rivolgeva all’Angelus un pensiero al Frìuli con l’accento sulla i e non sulla u, come vuole la pronuncia di chi lo abita. Il telecronista sportivo ha rappresentato, insieme agli altrettanto amati Dino Zoff e Fabio Capello – ospiti del documentario – quelli che sono i pregi con cui il friulano ama identificarsi: rigore, serietà, pudore, laboriosità (naturalmente, nel friulano vi sono anche tanti difetti, tra cui un iniziale muro di durezza, sospetto e orgoglio separatista antistorico). Manca solo Enzo Bearzot, scomparso nel 201o. A lungo il friulano è uscito dai confini solo come sportivo: una delle voci del film è anche la fondista olimpica Manuela Di Centa. Oggi bisognerebbe aggiungere la biatleta Lisa Vittozzi.
Nel tempo – oltre a Pasolini, che è nato, però, a Bologna –, sono spuntate anche voci artistiche che Savonitto fa parlare, come gli scrittori Paolo Rumiz e Tullio Avoledo, e Davide Toffolo, autore dei disegni (assieme a Elia Risato, anche montatore del film) e delle musiche del documentario con i Tre allegri ragazzi morti e Lorenzo Commisso. Elisa ha poi donato la sua struggente Luce (Tramonti a Nord-Est).
Queste personalità – assieme a tecnici, sismologi, architetti –, hanno messo in luce nei friulani la capacità di un gioco di squadra e una vena di ribellismo che sconfessano la leggenda che li vuole un popolo di sotàns, sottani, che non alza mai la testa nei confronti dei sorestànts, chi sta sopra, categorie contemplate anche da Ippolito Nievo. Un atteggiamento imparato a forza di dominazioni: longobardi, celti, romani, franchi, austriaci, napoleonici… Ma grazie al documentario torna in mente che, a parte la Resistenza diffusa e coraggiosa e a livello nazionale poco celebrata, ci furono i moti risorgimentali guidati da Francesco Dall’Ongaro, che dirigeva la «Favilla» su cui scriveva anche la verista Caterina Percoto. Pasolini descrisse ne Il sogno di una cosa (Garzanti) le lotte dei contadini per far rispettare il Lodo De Gasperi per una più equa distribuzione delle terre. Sullo stesso solco, racconta Orcolat, dopo il terremoto i cittadini di Venzone si sono riuniti in un comitato spontaneo per impedire la colata di cemento sul paese di matrice trecentesca, usando per la ricostruzione della chiesa di Sant’Andrea le pietre numerate dai cittadini stessi. E fu allora che, con la raccolta di oltre 125mila firme, prese avvio la costituzione dell’Università di Udine, nata poi nel 1978, unico esempio di università promossa dal basso.
Il documentario spiega bene che il Fasin di bessôi, Facciamo da soli, non era un motto ad excludendum, ma un modo per opporsi all’edificazione selvaggia imposta dall’esterno che avrebbe rovinato la Natura, bene (allora) supremo nel panteismo spinoziano di questo popolo, più inconsapevolmente luterano che cattolico. Non era una maniera per dire: non abbiamo bisogno di aiuto. Sulle case, a caratteri cubitali, infatti, era scritto: «I friulani ringraziano». Per la prima volta si erano sentiti visti e amati e ricambiavano come potevano quell’iniezione di aiuti e di affetto, anche se il carattere di confine non agevolava, tanto meno l’incomprensibile marilenghe.
L’immissione di denaro da Roma e di donazioni da tutto il mondo consentì, in un contesto avulso dalle mafie, non solo di ricostruire, ma anche di dare l’abbrivio al fenomeno economico del Nord Est. Fu un processo che combinò modernità e tradizione e che fece tornare gli abitanti a vivere nei paesi colpiti. I cittadini ce la misero tutta, ma fu fondamentale la pervicacia dell’allora ministro per la protezione civile Giuseppe Zamberletti e dell’autonomia costituzionale del ’63, che per la prima volta prese vigore. «Ascoltami», canta Elisa nella sua Luce: un monito a rispettare la tiare, terra, e far dormire l’Orcolat.