To Catch a Predator era un controverso format televisivo, in onda su NBC dal 2004 al 2007, con una media di circa 7 milioni di telespettatori per puntata, arrivando, nel suo picco, a raggiungere i 10 milioni. Era condotto dal giornalista e anchorman Chris Hansen, che smascherava in diretta tv i predatori sessuali, soprattutto pedofili, adescati da poliziotti sotto copertura via web. Una versione televisiva di Sbatti il mostro in prima pagina del 1972 di Marco Bellocchio: solo che qui il media è la tv e le indagini non hanno margini di forzatura: sono condotte dalla polizia. L’“esca” fissava un appuntamento in una casa, apriva la porta un giovane attore/attrice con la voce infantile, vestito e truccato come un minorenne, che fingeva di doversi assentare per un attimo. Ecco che appariva Hansen con le telecamere accese per un confronto con il predatore; poi interveniva la polizia. Fu uno dei più grandi fenomeni della cultura pop, a metà tra inchiesta, servizio pubblico, voyeurismo, morbosità, linciaggio mediatico anche dei familiari. Lance Oppenheim ne ha fatto un film, Primetime, nelle sale dal 15 ottobre, in concorso a Venezia, con Robert Pattinson nei panni del conduttore.
La pellicola ci porta indietro di decenni anche nell’estetica filmica, adattata alla televisione e al gusto del vestiario di allora ed è abbastanza sorprendente che sia un trentenne, come Oppenheim, documentarista al suo primo lungometraggio di finzione, guardi a quel mondo e a quella tecnica di regia. Ma ancora più interessante è riflettere sul fatto che Oppenheim a To Chatch a predator è arrivato senza guardare la televisione, un oggetto quasi preistorico per i Millennials. «Ho conosciuto la trasmissione attraverso le parodie che ne faceva South Park – la commedia animata satirica, molto popolare tra i ragazzi, n.d.r. –. Non avevo mai visto lo show. Chris Hansen era popolarissimo: non era solo un personaggio televisivo, ma una vera creatura mitologica con uno speciale carisma quasi soprannaturale. Aveva il potere di smantellare la vita di una persona semplicemente dicendo: “Cosa stai facendo qui?”». Questa era, infatti, la frase che Hansen usava quando irrompeva nel luogo dell’incontro, ripreso da telecamere nascoste. «Mi ricordo – continua il regista – che da bambino amavo molto Scarface e Chris Hansen mi ricordava Tony Montana. Il child grooming – la manipolazione psicologica di un minorenne per instaurare una relazione di fiducia e dipendenza per abusarne sessualmente o sfruttarlo n.d.r. –, è un tema molto serio, uno dei più grandi problemi del nostro tempo. Hansen lo ha usato per arrivare al successo, lo ha trasformato in un fenomeno commerciale, in uno show circense o carnascialesco, ma nello stesso tempo ha mandato diversi colpevoli in prigione. La teatralità con cui conduceva la trasmissione mi rivoltava e, insieme, mi intrigava. Continuavo a pensarci e a pormi una domanda: cosa accade nella testa di una persona che vive tutto il giorno in un mondo oscuro e si trova a contatto con persone molto disturbate? Cosa succede quando mescoli notizie e intrattenimento, retorica e dramma? E cosa accade di te quando vai a casa e non sei più la persona più potente del mondo?».
Tra i produttori del film, oltre a Pattinson, c’è Ari Aster, uno dei registi più all’avanguardia e originali del nuovo corso cinematografico americano. Il trio di produzione è interessante: Aster nei suoi film mescola horror, umorismo nero e violenza esplicita; Pattinson, è cresciuto nel grandguignol vampiresco di Twilight, di cui cerca di scollarsi di dosso il marchio. Pattinson e Aster appartengono alla generazione Y, mentre Oppenheim a quella successiva, abituata alla violenza dei videogiochi. «Ho cercato Hansen su YouTube e quando ho visto la trasmissione, più che essere turbato dall’argomento ero piuttosto stregato del potere di Hansen, che salvava i bambini come un supereroe. Mi rapiva la sua fisicità, la voce, il modo di guardare in camera. Pattison è bravissimo a rendere la sua guasconeria televisiva e la sua fragilità privata».
Originario della Florida, laureato a Harvard, Oppenheim, già dal liceo, ha cominciato a dirigere cortometraggi documentari che inviava al «New York Times», come quello su «cose folli che accadono nel mio giardino di casa» e che venivano sempre rifiutati. I suoi lavori successivi sono focalizzati sullo “strano ma vero”, che evidenzia, attraverso le bizzarrie, le tendenze della società occidentale contemporanea (comprese storture, i paradossi), come Some Kind of Heaven (2020) su The Villages, in Florida, la più grande comunità di pensionati (età minima 55 anni) del mondo; Spermworld (2024), sulla donazione di sperma non regolamentata, e You Can See Everything, che ha co-diretto con Nathan Fielder, su Elizabeth Holmes, la fondatrice della società di tecnologia sanitaria Theranos, condannata per frode agli investitori. Ha. inoltre, diretto la serie documentaria della HBO, Ren Faire (2024), sul Texas Renaissance Festival, la fiera e parco a tema rinascimentale più grande degli Stati Uniti. Il tema del limite e della soglia, dunque, era presente nei suoi doc già prima di Primetime. «Mi piace chiamare i documentari che ho diretto docu-fantasy, perché mi cimento con le speranze, i sogni e le difficoltà di persone reali, trasferendoli nella lingua del cinema e di fatto trasformando vicende e drammi umani in materiale hollywoodiano. In Primetime ho cercato di utilizzare la lingua di Douglas Sirk – maestro del melodramma hollywoodiano, che attraverso storie apparentemente superficiali e strappalacrime criticava con ferocia la società americana degli anni Cinquanta n.d.r. –. Ho tentato di tenere come riferimento Close Up di Abbas Kiarostami – film che ha ridefinito i confini tra finzione e documentario n.d.r. –. Chris Hansen ha istruito gli attori, che collaboravano con To Catch a Predator, a diventare qualcos’altro da sé per un fine molto nobile. E nello stesso tempo, a farne strumento mediatico. Ha creato case fasulle con cibi comuni della vita quotidiana, come una pizza, delle patatine, un dolcetto, elementi che stridevano con la sfida molto seria e pericolosa della pedofilia, che aveva a che fare con persone molto disturbate, pronte a commettere azioni terribili. La trasmissione era una perfetta miscela tra verità e finzione con un’umanità molto densa, mescolata a certa lievità che Hansen introduceva con il suo umorismo. Ho capito che il suo personaggio mi ha seguito in tutti i film che ho fatto fino ad oggi. Per me Hansen non è solo un giornalista o un comico, ma anche un artista. Il suo humor lo trasforma in un meme di sé stesso. Dopo la chiusura del programma mi sono chiesto: che è accaduto di lui?». Nel 2007 il programma fu eliminato dal palinsesto perché la sua grande notorietà aveva reso più accorti i predatori che non cascavano più nella trappola. La pietra tombale fu il suicidio dell’assistente procuratore distrettuale, Louis Conradt, scoperto a scambiare conversazioni intime con un tredicenne, impersonato da un poliziotto. Conradt si è tolto la vita mentre i poliziotti e la troupe dello show stavano entrando in casa sua. La famiglia di Conradt ha fatto causa alla Nbc, ottenendo un congruo risarcimento. «Il 2007 è anche l’anno in arriva sul mercato l’iPhone e la tivù comincia il declino. Da allora il mondo è cambiato: guardiamo i filmati dal cellulare e, in più, ora anche io stesso vengo ingannato da video creati con l’Intelligenza artificiale. Il limite tra finzione e realtà si fa ancora più sottile». Anche il cinema è a un punto di grande incertezza. Ma la scorsa estate, un film, Odissea di Christopher Nolan, girato con una tecnica che guarda al passato, la pellicola, e una al futuro, l’esperienza immersiva dell’Imax, ha riempito le sale. «L’imax è un formato incredibile: quale regista non vorrebbe sperimentarlo? Un primo piano con l’Imax raddoppia l’emozione e nel campo lungo o lunghissimo capisci come l’attore sia immerso nel paesaggio. Ho visto Odissea due volte nell’Imax 70 di New York e sono rimasto abbagliato dalla potenza. Ho dimenticato chi fossi, ero nel film, in quella epoca, affrontavo le stesse sfide di Odisseo, condividevo lo stesso terrore di alcune situazioni. Credo sia la stessa emozione che molti ragazzi cercano quando vanno a vedere film come Obsession e Backrooms. Rob (Pattison n.d.r.), quando abbiamo finito di girare Primetime, è partito per la Sicilia per girare alcune scene di Itaca. Il personaggio di Antinoo che interpreta, il proco più vigliacco e astuto, è molto diverso da Chris Hansen, ma sono saltato sulla sedia quando ho sentito alcune coloriture della voce di Antinoo simili a quelle di Hansen. Rob, che è un fantastico artista, spinge sempre timbri idiosincratici. Lo ringrazio perché, in qualche forma, ha messo un poco di Chris Hansen anche nell’Odissea».
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