Borges, spy story sul guerriero di libri

Il documentario. Parte dagli oggetti di una collezione, lo stupefacente film di Llinás sullo scrittore argentino: cinque ore di road movie investigativo, feticista e grottesco. E telecronaca calcistica
Figlio di uno scrittore, ossessionato da Borges, da quando, a 14 anni, prese in mano l’Aleph, il regista Mariano Llinás nella sua filmografia non ha fatto altro che borgesianizzarsi, ovvero plasmare le sue pellicole intorno a perplessità, congetture, lirismo di certi improbabili paesaggi, metafore, incertezza, finzione. I suoi sono film d’avventura sui generis, in cui i protagonisti vengono portati verso terre sconosciute: Balnearios (2002) è un mockumentary satirico sulle località di vacanza argentine con tocco di realismo magico nelle sirene. La Flor (2018) è, a seconda dei sei episodi, un B movie, una spy story, un omaggio a Renoir e così via, sempre con le stesse protagoniste. Dura tredici ore e mezzo; quindi, le cinque ore e mezzo di Biografia di Jorge Luis Borges, presentato Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, sono praticamente un corto.
Nel doc Llinás è all’apoteosi dell’entusiasmo creativo e, in quattro puntate, immagina Borges come un Paese pericoloso, pieno di minacce e meraviglie, su cui investigare attraverso uno strampalato road movie che parte da Buenos Aires e tocca i luoghi della vita e della letteratura di Borges, da Ginevra a New York, da Atlanta al confine tra Brasile e Uruguay. Llinás è lo scudiero di Borges, pensato come un guerriero sotterraneo e nascosto, difensore supremo delle parole, della loro musicalità, dal fortino di due biblioteche di Buenos Aires: la Miguel Cané, dove lavorò dal 1937 al 1946, e la Nazionale della Repubblica Argentina, di cui fu il direttore dal 1955 per vent’anni. Partendo dall’assunto personalissimo che Borges sia un autore surrealista, Llinás guida un diario visivo colto, informato e comico. I primi cinque minuti del documentario non sono altro che il riversamento su un tavolo di centinaia di volumi borgesiani in molteplici edizioni, studiati, amati, sottolineati, macchiati dallo stesso regista. E dopo tale ardua messa alla prova, questo Michael Moore in chiave argentina, un poco Nanni Moretti in Ecce Bombo, con qualche sfumatura di David Foster Wallace in Una Cosa divertente che non farò mai più,inchioda lo spettatore alla sedia. Non a caso Llinás è stato lo sceneggiatore del memorabile Argentina, 1985 (2022) di Santiago Mitre.
Si inizia a Ginevra, dove Borges ha studiato nel 1914, e nei luoghi importanti per lo scrittore: l’Arbalète, l’albergo dove alloggiava con la studentessa, assistente e, infine, seconda moglie, María Kodama, nel 1986, prima di trasferirsi in un appartamento nella vicina Grande Rue, dove morì il 14 giugno dello stesso anno. Poi i luoghi del doppio, la chiesa russa e il Rodano, dove il vecchio Borges parla al giovane Borges ne L’altro. Place Bourg du Four, dove in un bordello Borges ebbe la sua prima esperienza sessuale, sfortunatissima, che lo segnò per la vita, e che fu all’origine dei difficili amori successivi, forse solo vagheggiati. Da qui anche la convinzione di essere fisicamente menomato. Infine, una lunghissima ripresa sulla tomba di Borges al Cimetière des Rois, mentre le foglie rotolano trascinate da una tempesta di vento. Inizia subito dopo il corpo a corpo con gli oggetti del museo dell’Institute for Studies on Latin American Art (Islaa) di New York, che ha commissionato il documentario. A “Las Nubes”, la casa uruguayana dello scrittore e amico Enrique Amorim, dove spesso Borges soggiornava, il regista incontra Nicolás Helft, che insieme ai genitori – Jorge e Marion – ha donato 14.500 documenti, raccolti in decenni di ricerche pazze d’amore per Borges: 150 manoscritti originali, prime edizioni, libri autografi, lettere, traduzioni in 15 lingue, testi annotati, fotografie e circa 10mila ritagli stampa.
È uno dei personaggi, che il registra tratta come se fosse il protagonista di un film dei fratelli Coen, in cui recitano anche il massimo esperto borgesiano, Ernesto Montequín, sé stesso e la troupe. Le elucubrazioni di Montequín – annotate da Llinás in un quaderno a rombi arancioni e neri in omaggio al racconto La morte e la bussola – vengono accompagnate da una musica da suspense hitchcockiana, secondo i crismi di una crime story e abbondante sarcasmo. Ma anche come se fosse la telecronaca di una partita di calcio, in cui la voce fuori campo bizzosa e malandrina del regista commenta l’incontro tra Montequín con i documenti: «Come quello con una vecchia fiamma dopo anni di attesa». Arriva la prima delusione: le famose tigri, animali amatissimi dallo scrittore, che Borges avrebbe disegnato da piccolo e riprodotte come memorabilia, sono, in verità, state disegnate dall’amico, scrittore e biografo, Adolfo Bioy Casares. Poi l’emozione condivisa della visione dei manoscritti originali, in cui emerge il vacillare borgesiano: «Scrive una frase e si pente – incalza il regista –. Ne improvvisa un’altra e si piega in varianti infime, che non necessariamente sono migliori». La sgangheratezza dei mezzi di produzione del doc, la macchina da presa “sporca”, le riprese che avvengono anche dal parabrezza dell’auto del regista infranto da un sassolino, sono forse la metafora della cecità ereditaria che colpì il poeta e scrittore nel 1955 . Llinás gioca dicendo di rifarsi agli esperimenti ottici di Man Ray, Marcel Lervie e René Klein, mentre suo figlio in età scolare urla dal sedile posteriore.
La cecità sorprese Borges al culmine della celebrità e lo rese in condizioni di sudditanza, prima verso la madre Leonor Acevedo Suárez, morta a 99 anni, presenza costante, come la sorella Norah. E, poi, a vari amori e figure improbabili, come la prima moglie, Elsa Astete Millán, su cui vi è una gustosissima parentesi, a proposito di una certa pelliccia del cui furto la donna incolpò de relato l’università di Oklahoma, dove il marito teneva una conferenza. C’è l’amicizia con Macedonio, la biblioteca di Cané, trasformata in “santuario”, dove Paul Auster si emozionò all’idea di mingere negli stessi bagni di Borges. Ci sono la sua opera da traduttore, la poesia e la lotta con i vocaboli, la scrittura minuta e ordinatissima, i finali con pallottole sparate o meno, i Borges dentro a Borges. L’ultimo capitolo, triste solitario y final, racconta le provocazioni contro gli indios, i neri, Peron, Evita e l’appoggio iniziale ai caudilli argentino e cileno, che gli costò il Nobel, e il successivo pentimento, dopo essere venuto a conoscenza dell’orrore dei desaparecidos. Come nel Tema del traditore e dell’eroe, Borges riconosce di essere l’assassino, la vittima e l’eroe e riguardo alla cena con Pinochet nel 1974, dieci anni dopo affermò, parafrasando Pablo Neruda, «confesso di aver sbagliato».