Travolti in volo da un insolito John

In «Volo notturno per Los Angeles» Travolta diventa regista per narrare un (bel) viaggio semi autobiografico di un bambino da NY a LA
Con un generoso basco bianco, gli occhiali tondi dorati e un completo scuro con panciotto e cravatta, John Travolta ha approcciato a passo timoroso la sala di Cannes, dove per la prima volta metteva piede come regista. La folla si era alzata in piedi, poco prima, per ancheggiare al ritmo dei trailer dei suoi vecchi film, battendo le mani al ragazzo con la fossetta sul mento, lo sguardo azzurro e un poco strabico, i pantaloni stretti della Febbre del sabato sera, quelli rock di Grease, il caschetto di Pulp fiction. Quando quel signore un poco sperduto è arrivato sul palco a chiedere al tempio dei cinéphile di cambiare corsia, non più ballerino, gangster, simpatica canaglia della strada ma relisatéur, si avvertiva il suo timore di aver superato la soglia dell’hybris. Che non fosse la mossa di un consumato attore, qual è, l’ha confermato il silenzio lieve per trattenere la commozione quando Thierry Frémaux, direttore del festival, gli ha consegnato a sorpresa la Palma d’oro ad honorem. «Questo va oltre l’Oscar» (che non ha mai preso), ha detto spiazzato. Gli spettatori, in attesa di vedere Volo notturno per Los Angeles – scritto girato e prodotto dallo stesso Travolta (su Apple) –, a questo punto avrebbero trangugiato qualsiasi cosa. «È un film molto personale», si è schermito sul palco Travolta, come a chiedere: “Non prendetelo troppo seriamente”. E, invece, è una chicca: grazioso, ironico, delicato, così curato nei dettagli da sembrare di avere come protettore Wes Anderson.
Protagonista è un bambino, Jeff (eccellente scelta di cast per Clark Shotwell), che sta per trasferirsi da New York a Los Angeles con la madre, Helen, in odore di ingresso a Hollywood. Il tutto è raccontato dalla voce fuori campo di Jeff, con una narrativa sorniona, in particolare sul numero dei drink della madre e sulle sue probabilità di lasciare un segno sulla walk of fame. Jeff, alter ego di John bambino, è interessato soprattutto al fatto che potrà per la prima volta montare su un aereo, il DC-6 della National Airlines, guardare la turboelica azionarsi, sentirne i rumori. Jeff subisce lo stesso colpo di fulmine che ha investito il regista per l’aeronautica, spingendolo dai 16 anni a prendere lezioni di volo, ottenendo la licenza di pilota a 22 con l’abilitazione a guidare jet. Poiché, nel film, i mezzi finanziari della madre sono limitati, il viaggio è diviso in diverse tratte, che la storia segue, scalo dopo scalo, da Denver a Chicago. Questo non fa che moltiplicare il piacere del piccolo nel potersi concentrare sui particolari: dai motori alle ali, dagli agenti atmosferici alle sale di attesa, ai finger, al servizio a bordo, alle hostess. Una di esse, Liz, interpretata dall’attrice e modella Olga Hoffmann, amica di Helen, regalerà loro l’esperienza della prima classe. Ma l’altra assistente di volo, Doris – Ella Bleu Travolta, figlia di John, versione femminile del padre –, è ancora più incisiva: per lei Jeff prenderà la prima cotta. Oltre a Doris, Jeff incontra vari personaggi, come l’uomo alto tre metri, che danno pepe al ritmo di una commedia che si ispira ai classici degli anni Sessanta, illuminata dal direttore della fotografia, Paul de Lumen (!). La scenografia di Chelsea Turner rende la prima parte del viaggio come un dipinto di Hopper e i costumi di Camille Jumelle danno un tocco rétro, come le uniformi vintage per le hostess e il cappotto bianco con cappuccio di Helen, ispirato a quello di Elizabeth Taylor in International Hotel. Il tutto condito con musiche di Mancini e Sinatra.
La critica ha giudicato la pellicola un esercizio di stile, ma sessantun minuti netti di alchimia con lo spettatore, dietro cui occhieggia una vita vera, forse sono qualcosa di più. Infatti, accanto all’aspetto favolistico del film – tratto dall’omonimo libro scritto nel 1997 dallo stesso Travolta, Propeller One-WayNight Coach. Una fiaba per tutte le età – ci sono tanti segni della sua storia, tutt’altro che dorata. Prima di tutto, il nome del piccolo protagonista Jeff ricorda quello di Jett, il figlio 16enne morto per un attacco epilettico nel 2009. Poi la scelta per il ruolo di Helen di Kelly Eviston-Quinnett, che per età difficilmente potrebbe essere la mamma di un bambino di otto anni. Kelly Eviston-Quinnett è responsabile del dipartimento di arti dello spettacolo presso l’Università dell’Idaho – la madre di Travolta insegnava recitazione – ed è una Doula, un’accompagnatrice nel fine vita, una coach certificata per il lutto. Oltre alla perdita del figlio, Travolta ha subito, sei anni fa, quella della moglie, Kelly Preston, con cui formava una delle coppie più longeve di Hollywood. Il film, poi, è ambientato nel 1962: il neo regista sembra voler fermare il suo mondo nell’anno in cui intraprende il viaggio verso la Mecca del cinema e in cui il sogno americano è ancora vivo. Un soffio prima degli eventi che fecero perdere l’innocenza agli State con l’omicidio di JFK (1963) e poi quelli di Malcom X (1965) e Martin Luther King (1968).
Sceglie un’impresa familiare, nel film c’è tutta la batteria di sorelle e fratelli Travolta: Ellen è la nonna di Jeff, Margaret la passeggera Barbara; in ruoli minori, anche Ann, Sam e Joey. Travolta si rifugia nel mondo dell’infanzia per dire qualcosa di sé, lasciando in eredità un sorriso e leggerezza. In fondo, continua quello che aveva fatto come dancer, facendo ballare generazioni. Nel cameo l’attore si inchina al bambino che è stato. E chi scrive lo ricambia.