Lo sgomento tempestoso della sala per la nuova versione cinematografica del capolavoro di Emily Brontë

 «Cime tempestose»: Due bravissimi attori, Robbie ed Elordi, costretti a macchiette da Fennel che riscrive il romanzo di Emily Brontë, tradendone lo spirito
Qui di tempestoso c’è solo lo sgomento di alcuni amanti di Emily Brontë e delle precedenti versioni cinematografiche di Cime tempestose. Il film di Emerald Fennel conserva il senso di tortura e impotenza che innerva la storia d’amore tra i due protagonisti del capolavoro della letteratura inglese, ma lo condisce con inutili elementi di finta trasgressione, a partire dall’incipit, in cui gemiti e scricchiolii fanno pensare a una situazione osée. E, invece no, la scena non è nemmeno spinta come promette, è solo di cattivo gusto.
Nello Yorkshire del 1800, Catherine, interpretata prima da Charlotte Mellington e poi da Margot Robbie, cresce senza madre, con la dama di compagnia Nelly (Hong Chau da adulta), quando il padre violento (Martin Clunes) porta a casa un trovatello (da bambino Owen Cooper e, in seguito, Jacob Elordi) che Catherine ribattezza Heathcliff, come il fratello morto. Catherine finalmente trova la felicità perdendosi con il giovane amico nella brughiera, fino a quando l’arrivo dei ricchi Linton spezza il legame unico tra i due ragazzi innamorati e scatena una spirale di vendette e tormenti. Detta così, Fennel appare quasi filologica e quasi lo è nella prima parte tardo infantile-adolescenziale, se non fosse per la scenografia (di Suzie Davies) che ci annuncia il fumettone: Wuthering Heights è una quinta gotica alla Tim Burton buttata lì senza coerenza, perché il resto (compresa la fotografia di Linus Sandgren) è un’infilata di trovate caramellose e soap.
Ugualmente la chiave dell’amore tossico, che potrebbe dire qualcosa al pubblico contemporaneo, sconfina nel déjà vu e nella noia tra scatti e mossette alla TikTok. Sin dal titolo la regista ha bisogno delle virgolette per spiegare che si tratta di una rivisitazione. Anche la versione di Andrea Arnold del 2011 rompeva la tradizione, eppure rendeva davvero lo spirito innovativo e travolgente del romanzo, volendo per Heathcliff James Howson, un attore di colore, e puntando giustamente sull’età liminare come luogo di scoperte e di arruffate lotte con sé stessi e i nuovi desideri. L’età degli attori deve essere quella che permette un’assolutezza di sentimenti, come sapeva bene Zeffirelli che scelse per Romeo Leonard Whiting, allora diciassettenne, e Olivia Hussey per Giulietta, all’epoca quattordicenne, per il dramma scespiriano trasposto sul grande schermo.
Perché allora star qui a sprecare parole per un film così banale? Ce ne sono tanti, in fondo, soprattutto blockbuster, progettati a tavolino per infornare beniamini delle folle per 90 (sperabilmente) minuti di benessere oculare. Forse perché questa versione di “Cime tempestose” grida ai quattro venti di essere scandalosa e immorale come fu giudicato il libro alla sua pubblicazione. E, invece, lo tradisce con volgarità.
La regista inglese, che aveva debuttato in maniera originale con il femminista una Donna promettente, poteva approfittare dell’enorme richiamo dei due protagonisti su platee diverse – Elordi sulla GenZ e Robbie sui 30 plus –, per offrire un cinema nuovo a due diverse generazioni, unendole sotto l’egida del grande schermo. Non lo ha fatto e si è ulteriormente bruciata allontanandosi dall’età dei protagonisti del romanzo. Anche Laurence Olivier e Merle Oberon ne La voce nella tempesta (1939) di William Wyler non erano dei ragazzi, ma la stazza del classico c’era tutta. E se di Arnold abbiamo già detto, Peter Kosminsky con Ralph Fiennes e Juliette Binoche (1992) ha allestito un polpettone romantico, ma non ha sfigurato il testo.
Fennel, invece, ha solo finto di mettersi sulla stessa traccia di Brontë e ha dissacrato una pietra miliare della letteratura. Ha preso due bravissimi attori e li ha ridotti a macchiette. Margot Robbie – eccellente protagonista di Tonya e di Babylon, per citarne due – veste il ruolo di Cathy solo per la sua impeccabile bellezza. La trasforma in una bambolona (come in Barbie, ma lì aveva un senso) in preda all’isteria egoistica da sit com più che al sadismo.
Jacob Elordi – la cui notevole capacità recitativa si è vista con l’ Elvis Presley in Priscilla di Sofia Coppola e nella difficile fisicità della Creatura in Frankenstein di Guillermo del Toro – qui si limita ad alzare il sopracciglio, a sfumacchiare e a sospirare come nei fotoromanzi. Elordi, che si ispira apertamente al tormentato Heath Ledger di Brokeback mountains, avrebbe potuto interpretare la rabbia sociale di Heathcliff, senza squadernarla, come ha dovuto fare nel film, in una statuizione di principio di fronte a Isabelle (Alison Olivier), pallidamente bisex e ridotta in catene (non metaforicamente).
Forse l’attore australiano non ha saputo negarsi a Fennel dopo Saltburn (2023), per cui è stato candidato ai Globe. Un film, anche questo, estremo a vuoto, molto simile – anche per il protagonista, Barry Keoghan – al Sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos.
Fennel probabilmente ha progettato un’operazione buttadentrolasala a mero scopo commerciale (il budget era di 80 milioni con diverse partnership commerciali, per esempio, sul ruolo cosmetico delle sopracciglia). O, se vogliamo pensarla in buona fede, la regista ha creduto di essere eversiva ingaggiando un cast da manuale Cencelli con tutte le espressioni etniche, poppizzando e sessualizzando – senza nemmeno riuscire a essere sensuale –, il povero Cime tempestose. Il risultato è che non tormenta i protagonisti, ma il povero pubblico pagante.
1 stella su 5