5 stelle
Il film di Serebrennikov su Mengele, il medico nazista, vissuto impunito in Sudamerica.
Capolavoro per regia e distanza dal Male
Come un camaleonte, Mengele, l’“Angelo della morte” di Auschwitz, è sgusciato dalla pelle di Josef in Germania in quella di Gregor, Peter, Pedro in vari Stati dell’America Latina, finendo sepolto a San Paolo come Wolfgang, impunito per i suoi crimini. Fuggendo con un passaporto falso dalla Svizzera all’Argentina e poi in Paraguay e Brasile, ha conservato pervicacemente all’interno delle varie scorze una fede indefessa nel nazismo, assieme alla convinzione di aver servito lealmente il suo Paese, venendo, infine, tradito dal suo popolo.
Kirill Serebrennikov lo segue da Buenos Aires nel 1956, da cui deve scappare dopo la deposizione del presidente Perón, che lo proteggeva assieme a un gruppo di famiglie sudamericane nostalgiche del Terzo Reich. In un bianco e nero elegante – come si dice fossero i modi del dottore che decideva con uno sguardo chi fosse destinato alle camere a gas, chi ai lavori e chi ai suoi esperimenti di eugenetica –, il regista russo adatta il libro d’inchiesta del giornalista e scrittore francese Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele, da cui il film prende il titolo. Serebrennikov ha una regia sicura, originalissima e sperimentale: sa inquadrare un uomo in una stanza spoglia da un corridoio squallido, rendendo l’idea della claustrofobia della mente e della desolazione dell’animo in omaggio al più neorealista, e insieme – in un ossimoro che non stona –, al più psicologico dei film.
Nello stesso tempo, indaga con primi e primissimi piani il corpo, oggetto degli studi del medico nazista, con camera a spalla, liberandosi poi in campi lunghi negli interni. Serebrennikov segue la soggettività malata di Mengele, si avvicina il più possibile al suo sguardo cannibale, ma non si brucia. Come, invece, ha fatto nel precedente Limonov, in cui privilegia il mito dell’imprendibilità e della fragilità geniale del poeta, scrittore, maggiordomo e politico estremista russo. Lì, pur nella ricerca del lato più oscuro dell’animo umano, era rimasto soggiogato dal personaggio istrionico e autolesionista, che pencolava da sinistra a destra. E ha taciuto – rendendo moralmente inaccettabile un film bellissimo –, la connivenza di Limonov con i criminali di guerra Radovan Karadžić e Arkan, zelanti promotori ed esecutori della strage di Srebrenica.
A quel film ha donato la sua anima punk e teatrale, inventando soluzioni rock e movimenti di camera con rotture della quarta parte. Come era già accaduto nel musicale e meraviglioso Leto, Estate (ora su Mubi), sulla scena musicale russa degli anni Ottanta con i primi tentativi di Glasnost.
Può darsi che Serebrennikov si sia riconosciuto in quell’animo avversato, con cui ha in comune l’omosessualità dichiarata (anche se Limonov si diceva bisessuale) e l’opposizione al regime di Putin per il suo sostegno alla causa LGBTQ+ e alle Pussy Riot. Il regista ha pagato per quell’esposizione con carcere, domiciliari e, infine, con una consistente pena pecuniaria in risposta all’accusa di una sedicente distrazione di fondi pubblici.
L’ammirazione che traspare in Limonov non c’è ne La scomparsa di Josef Mengele, dove August Diehl, che lo interpreta, mostra un essere ossessionato dalla pulizia, rabbioso e alcolista, non perché tormentato dal rimorso, ma perché terrorizzato dal Mossad e dalla giustizia internazionale, incredulo di venir privato della rispettabilità dovutagli per i suoi servigi al Terzo Reich. Diehl, la cui abilità come attore l’ha già portato sulle vestigia del nazismo – è stato il maggiore Dieter Hellstrom nei Bastardi senza gloria di Tarantino e il contadino renitente alla guerra de La vita nascosta di Terrence Malick – è al contempo iroso, come lo era nella realtà Mengele, razzista e misogino. Ogni tanto il passato lo travolge: quando il pensiero torna alla prima moglie Irène (Dana Herfurth) e alle seconde nozze con la vedova del fratello, Martha (Friederike Becht) in una cerimonia rievocata da un lungo piano sequenza.
Qui, il bianco e nero si tinge di colori, come la bambina dal cappottino rosso in Schindler’s list. Così accade anche quando ripensa al laboratorio nel lager e al garbo, riconosciuto da tutti, con cui assolveva alle proprie mansioni. Serebrennikov sceglie il formato del (finto) filmato di archivio e mostra lo scempio nudo e crudo senza compiacersi. La mania per i gemelli fa capolino (ed è la parte più fragile del film) nel post mortem, e nel piano sequenza del matrimonio.
Per abbracciare il senso di colpa della nuova società tedesca il regista porta in Sudamerica il figlio Rolf (Maximilian Meyer-Bretschneider), che, però, non smuove il padre dalle sue granitiche convinzioni. Il film induce anche a una riflessione sulla connivenza della società tedesca con i nazisti dopo la Seconda Guerra mondiale. Oltre all’appoggio di certa società sudamericana, ricorda anche l’atmosfera di impunità in cui galleggiavano i fedeli al Führer in Germania, come accadeva alla stessa famiglia benestante industriale di Mengele, che lo manteneva e si manteneva nell’agio senza rinunciare a rivendicare valori ariani. È una questione che si è posto anche l’eccezionale documentario Riefenstahl di Andres Veiel (su Mubi). La regista ufficiale del Reich nega ostinatamente, e contro ogni evidenza, qualsiasi legame stretto con Hitler e Goebbels, senza, per altro, nascondere il rapimento per l’estetica e gli ideali del regime. Così come il documentario Nel cuore della storia: il processo di Norimberga di Alfred de Montesquiou (su Arte.tv, gratuitamente, e su smart TV, Fire TV, Apple TV), per l’80esimo anniversario del celebre processo ai gerarchi nazisti. Lo racconta attraverso lo sguardo di oltre 300 giornalisti, scrittori e fotografi provenienti da tutto il mondo, che hanno convissuto per quasi un anno, nel castello Faber-Castell. Dopo un primo bailamme, l’interesse collettivo si affievolisce e i gerarchi ridono degli inquirenti sepolti sotto la massa di carte che rendono il processo tremendamente noioso. Fino a quando in sala non si fa buio e inizia il film (vero) dell’orrore nei lager di cui i gerarchi sono stati sceneggiatori, registi, produttori, attori…
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