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Venezia ’73: Portman e l’intelligenza politica di Jackie

Sul carro funebre accanto alla bara del marito, la Jackie Kennedy (Natalie Portman) di Pablo Larraín, in “Jackie” chiede all’autista se si ricorda chi fossero James Garfield e William McKinley, i due presidenti degli Stati Uniti, uccisi, il primo, il 2 luglio 1881 a Washington, e il secondo, il 6 settembre 1901 a Buffalo. L’autista risponde di essere a conoscenza soltanto di un presidente assassinato, Abraham Lincoln, che liberò il Paese dalla schiavitù.
Sono passate poche ore da quando Jacqueline Lee Bouvier ha visto il marito, John F. Kennedy, accasciarsi sulle sue ginocchia, colpito a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963 mentre sfilava a bordo dell’auto presidenziale. Alla first lady quella risposta basta per capire che sulle sue spalle grava parte della responsabilità di ciò che la Storia scriverà sul marito. Il regista cileno, che a quarant’anni ha raccontato l’America Latina in una parabola di film spietati e intelligenti con il sodalizio del suo attore feticcio Alfredo Castro, si sposta negli Stati Uniti per riannodare tutti i fili che si dipanano dall’omicidio di J.F.K. e riavvolgerli attorno al punto di vista della first lady. Che non è solo la regista delle feste mondane alla Casa Bianca, la donna che indossa i tailleur di Chanel con un’eleganza difficilmente superabile, o la spalla di un uomo che aveva ispirato Marilyn Monroe in una celeberrima interpretazione di “happy birthday”. E’ piuttosto una mente politica che comprende come solo un funerale eccellente sia in grado di non vanificare il sacrificio del marito. Qui sta la chiave di un bel film che potrebbe piacere molto al presidente della giuria Sam Mendes, in cui Larraín dimostra di saper usare tutti i registri del cinema, lasciandosi per un attimo alle spalle la dittatura cilena, indagata in “Post mortem” (2010), “No – I giorni dell’arcobaleno” (2012) e in maniera trasversale in “Tony Manero” (2008).


Per il regista cileno Jackie è una specie di regina di un Paese senza tradizione monarchica e che Larraín ha contemplato solo e solamente nel volto di Natalie Portman, ottima candidata alla coppa volpi alla Mostra del cinema di Venezia; ma in possibile rampa di lancio per raddoppiare la statuetta che si era conquistata come migliore attrice a Hollywood nel 2010 in “Cigno nero” di Darren Aronofsky (che ha suggerito a Larraín il film e l’ha coprodotto).
Terrence Malick con “Voyage of time: life’s journey” si è purtroppo trasformato in un Piero Angela raffinatissimo e filosofico che molto deve al National Geographic. Esplosioni, magmi, lava temperata dai flutti degli oceani, animali marini con le loro fogge geometriche sorprendenti, immagini di uomini e donne che soffrono ai margini della società, processioni, animali uccisi barbaramente. Su questi frammenti si intonano le domande capitali, interpretate dalla voce di Cate Blanchett, invocazioni alla madre, terrore dell’abbandono, che quasi si rimpiange Quelo, il santone impersonato da Corrado Guzzanti in Pippo Chennedy Show.
In più, Malick ha infilato anche i dinosauri che gli erano stati perdonati nel bellissimo “L’albero della vita” e ominidi alla “Odissea 2001 nello spazio” di Stanley Kubrick. Si spera sia solo una pausa di transizione e di stanchezza, visto che ha appena finito di girare un film proprio con Natalie Portman “Weightless” con Michael Fassbender e Rooney Mara.
Abbandonati piuttosto a loro stessi sono i ragazzini di “Robinù”, il documentario di Michele Santoro, proiettato nello spazio del “Cinema in giardino”, che racconta la “paranza dei bambini”, ovvero la guerra della camorra tra gli adolescenti, che intonano inni d’amore al kalashnikov, feticcio di un potere immediato e ammonitorio, in cui il carcere ha solo una funzione di tappa d’onore nella carriera mafiosa. Eppure il teatro e il cinema molto hanno potuto e possono in chiave positiva per chi si è sporcato la fedina penale. Basta ricordare Nello Ajello in “Reality”, Raffaele Costagliola, protagonista di “Il gemello” di Vincenzo Marra, gli attori di “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani. E quello che dal 1988 fa tutti i giorni Armando Punzo nel Laboratorio Teatrale nel Carcere di Volterra.