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Venezia ’73: bilancio di metà settimana di un festival pieno di fede

L’articolo pubblicato domenica scorsa sul domenicale del sole

Il prete bello è diventato pontefice. Fuma, dice di essere ateo ma scherza (o no?), è cinico, vendicativo, manovra facendo credere di essere manipolato, e assume un nome, Pio XIII, con un’eco storica che riporta al fascismo. Il Papa giovane (The young pope) di Paolo Sorrentino, dopo tanta segretezza, ha rivelato il suo volto nelle fattezze di Jude Law alla 73esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, dove sono state proiettate (Fuori Concorso) le prime due puntate della miniserie televisiva che andrà in onda in ottobre in Europa e in America (Sky Atlantic, HBO e Canal+). Sorrentino gioca col clero, svestendolo della sua sacralità, con l’ironia con cui aveva già punteggiato La grande bellezza (2013): le suore lì giocavano a pallavolo, qui a calcio. Mostra i lati comici di certa ritualità – non solo l’abito talare è immacolato, ma anche le infradito – , mentre il gran burattinaio del Vaticano, il cardinal Voiello (Silvio Orlando), è un battutista funambolico.


Ma il papa americano è un animale solo, come il canguro che gli è stato donato, nella cui alterità si rispecchia, al pari di Elisabetta II in The Queen – La regina di Stephen Frears (2006) con il cervo. Abilissima la mano registica, eccellente la fotografia (Luca Bigazzi), filologici i costumi (Barbara Adducci), The young pope non ha però forse per il pubblico italiano quell’esotismo che può attrarre chi non ha il Vaticano in casa. Ma difficile dirlo dai primi due episodi. La questione fideistica sembra essere popolare al Lido quest’anno. Ieri è passato in concorso Brimstone di Martin Koolhoven, un western in cui Dakota Fanning per difendersi dalle persecuzioni del pioniere olandese (Guy Pearce) arriva a tagliarsi la lingua. Un film quadripartito dalla struttura circolare, ambientato nell’Ottocento, con una vena perversa, violenta, gratuita e a tratti intollerabile, tra maschere di ferro, frustate, cappi al collo. Invece, Il Cristo cieco di Christopher Murray spende i colori e la povertà endemica latinoamericana per rappresentare l’attualità delle sofferenze della croce. Ma la figura ieratica del protagonista Michael Silva, un profeta straccione, è irrisolta e Simon del deserto di Luis Buñuel, 50 anni fa l’aveva rappresentata meglio. Curioso poi che per provare l’esperienza di Virtual Reality si scelga proprio La Vita di Gesù (T he story of Christ di David Hansen), un po’ deludente nella trama e nell’effetto, la cui vera sorpresa si coglie nel togliere a un certo punto gli occhialini e vedere la platea agitarsi come un pesce per seguire i 360 gradi della visione. Non religioso ma trascendente il primo dei film italiani in gara, Spira mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, una riflessione sull’immortalità, partendo dalla ricerca di uno scienziato giapponese su una medusa che si rigenera, per passare poi alle statue della fabbrica del duomo di Milano, alla lotta degli indiani d’America, alla costruzione di uno strumento musicale che ha nella sua imperfezione il miracolo del suono. Filosofia per immagini attraverso un documentario, genere a cui il cinema si affida per interpretare il mondo e che spesso premia. La Mostra quest’anno per ora ha soddisfatto tutti i palati. È partita con il musical di Damien Chazelle, La la land, che se ha fatto rimpiangere i tip tap di Ginger Rogers e Fred Astaire (tranne il pizzico di adrenalina alla Flashdance dell’incipit nel traffico automobilistico metropolitano) ha portato un po’ di polvere di stelle con Emma Stone all’inaugurazione, per altro dimessa per rispetto alle vittime del terremoto. C’è stato spazio per il polpettone post bellico The light between Oceans di Derek Cianfrance, che nemmeno la bravura della coppia Fassbender-Vikander è riuscita a preservare dalla melensaggine. In Arrival di Denis Villeneuve sono sbarcati gli alieni. La pellicola di originale aveva solo il fatto che stabiliva il contatto con i terrestri attraverso una linguista. Wim Wenders ha indagato le differenze tra uomo e donna con Les Beaux Jours d’Aranjuez, tratto da un testo di Peter Handke, forse un po’ troppo cerebrale per la macchina da presa. Tom Ford ha piazzato invece un buon colpo con il suo Nocturnal animals, tratto dal romanzo Tony and Susan di Austin Wright, (Adelphi) elegante e teso. Uno scrittore (Jake Gyllenhaal) fa rivivere all’ex moglie, che lo ha lasciato, l’impotenza e il dolore della perdita rendendola protagonista di un thriller sulla carta: vendetta, disperazione e una stoccata al mondo dell’arte, di cui per altro Ford riflette nella regia tutta la raffinatezza. Infine è piovuto anche il film sul pugilato. Philippe Falardeau con The bleeder racconta la storia di Chuck Wepner (Liev Schreiber), il peso massimo che resistette per 15 round sul ring contro Cassius Clay nel 1975. Il personaggio ispirò anche Rocky, interpretato da Silvester Stallone. Ma nelle mani di Falardeau c’è il vero brivido degli anni Settanta americani, che scivolano godibilissimi tra i cliché delle catenone al collo, disco music, donne scollacciate e cocaina. Senza dimenticare i guantoni.
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