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L’intervista a Pablo Trapero, regista de “Il clan”: la dittatura argentina «Surreale come Buñuel»

«Il clan» è la storia vera di un patriarca che rapiva per conto dei generali con l’aiuto dei figli campioni di rugby

Difficile rimanere in equilibrio nella quotidianità de Il clan (nelle sale il prossimo 25 agosto per 01 Distribution): storia vera della famiglia di Arquímedes Puccio che durante la dittatura argentina nascondeva le vittime dei suoi sequestri nella casa di San Isidro, a 20 chilometri da Buenos Aires con la connivenza della moglie e dei figli e all’oscuro del vicinato. Così Pablo Trapero nella scrittura e nella regia del film ha tenuto sempre come riferimento «la claustrofobia delle opere di Luis Buñuel», maestro del surrealismo che impicca l’umanità tra estasi e rasoiate. Arquímedes Puccio (Guillermo Francella), classe 1929, era nello stesso tempo un pater familias che faceva i compiti con la figlia piccola e un estorsore, omicida, informatore dei servizi segreti e sequestratore per conto del regime durante la guera sucia , la guerra sporca in cui la dittatura militare eliminò oltre 30mila oppositori tra il 1976 e il 1983.


Con l’avvento della democrazia Puccio decise di “mettersi in proprio”, e approfittando della fragilità della transizione, prese in ostaggio membri di famiglie facoltose per ottenerne il riscatto. Alle spalle una famiglia inamidata: la moglie Epifanía (Lili Popovich), insegnante coscienziosa, i cinque figli, due femmine e tre maschi, due dei quali campioni della squadra di Rugby dei «Puma». «Fu un caso che occupò i giornali dell’epoca, ma su cui nessuno scrisse un libro – spiega Trapero -. Ho dovuto studiare gli atti giudiziari, le perizie psichiatriche, consultare archivi giornalistici e televisivi, ho intervistato i parenti delle vittime, i compagni di squadra dei figli, gli avvocati. Solo la famiglia si è rifiutata di parlare». Per paradosso Arquímedes, che si è sempre proclamato innocente, aveva contattato Trapero per dare la sua versione dei fatti, ma quando, dopo sei anni di gestazione, sono iniziate le riprese nel 2014 Puccio era già finito in una fossa comune perché i famigliari non ne avevano reclamato le spoglie. Il clan ha vinto il Leone d’argento alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, ma avrebbe meritato l’oro. Trapero ha debuttato nel 1999 con Mondo Grua sulla realtà operaia di Buenos Aires, vincendo il concorso della Settimana della Critica proprio al Lido. Il regista argentino ha continuato lo scavo sociale con i film successivi, come Leonera (2008) Carancho (2010) e Elefante Blanco (2012), interpretati dalla moglie Martina Gusmán. Il clan è stato tra i campioni di incassi in Argentina con oltre 17 milioni di dollari, «nonostante per le vecchie generazioni fosse doloroso affrontare il ricordo di quegli anni, mentre per le nuove la democrazia è un dato di fatto». Un risultato insperato anche perché la pellicola gioca tra noir psicologico, poliziesco, biografico snodando la questione politica attraverso la relazione tra Arquímedes e il figlio Alejandro (Peter Lanzani). «Alejandro aiuta materialmente il padre nei rapimenti e si presta a fare da esca per un ricco compagno di squadra, poi freddato, nonostante fosse stato corrisposto un riscatto. È il caso estremo di un padre che opprime il figlio, prigioniero della sindrome di Stoccolma. Gli amici di Alejandro per lungo tempo hanno creduto nella sua innocenza e non gli hanno fatto mai mancare il supporto psicologico fino a che non è stata ritrovata l’agendina di Arquímedes in cui erano segnati i loro numeri di telefono. Il rugby allora era uno sport abbastanza esclusivo, giocato nei club cui accedevano solo i più abbienti». Puccio agiva con consumata ”professionalità” e con la tracotanza di chi si sente le spalle coperte. «I riscatti venivano riscossi in pieno giorno e in pubblico, Puccio si sentiva al sicuro. Pensava, come molti, che la democrazia avesse le caviglie troppo sottili. «Quanto durerà la libertà?», chiede un personaggio del film. Era la domanda che si ponevano tutti dopo le elezioni nel dicembre del 1983. Il caso Puccio non è stato scoperto da un’indagine di polizia, l’unico nemico di Puccio è stato il cambio d’epoca». Trapero, classe 1971, aveva 12 anni quando Raul Alfonsin fece il primo discorso da presidente. È una delle poche immagini di repertorio de Il clan assieme all’annuncio in tv del dittatore Leopoldo Galtieri che ammette la sconfitta militare contro l’Inghilterra. «Sapevamo tutti di vivere sotto un regime, nonostante la stampa desse notizia di un Paese perfetto. I militari erano nelle strade e nella scuola dei salesiani che frequentavo si dava rifugio ai perseguitati. L’arrivo della democrazia fu un periodo epico, di grande effervescenza e di vicinanza tra la gente». Esistono diverse pellicole notevoli sulla dittatura argentina, come La storia ufficiale di Luis Puenzo (premio Oscar come migliore film straniero nel 1985) e, di Marco Bechis, Garage Olimpo (1999) e Figli/Hijos (2002), quest’ultimo sulla storia di uno dei figli di desaparecidos consegnati ai conservatori che appoggiavano il regime. Trapero invece ha affrontato il periodo di transizione, rimanendo su un cornicione tra Buñuel e Billy Wilder anche grazie al montaggio dal ritmo spesso sincopato con la musica rock e commerciale inglese. «Sono hits in voga negli anni 80, proibite in Argentina, come Sunny Afternoon di The Kinks, anche se la borghesia le ascoltava di nascosto. Sono canzoni leggere che stridono con le angherie subite dalle vittime.

Abbiamo tenuto il volume un po’ più alto del dovuto perché lo spettatore ne venisse disturbato e fosse costretto a calarsi nei panni dei sequestrati, le cui urla erano coperte dalla radio». Lo sguardo algido di Francella, misurato e violento al tempo stesso, rende impossibile l’empatia. «Francella è un attore notissimo, soprattutto nei ruoli comici. Abbiamo rischiato entrambi mettendolo sui binari di una parte non convenzionale per il suo pubblico». Come Jim Carrey in The Truman show, John Goodman con Martin Scorsese e i fratelli Coen, Steve Carrel in Foxcatcher. O i nostrani Lando Buzzanca, Totò, Diego Abatantuono, Paolo Villaggio, che rivelano un’attitudine drammatica notevole appena smettono la maschera del sessuomane, azzeccagarbugli, zoticone e vigliacco.
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