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Berlinale: perché l’Orso è fermo al secolo Breve?

È curioso come la Berlinale, una tra le più importanti e sperimentali rassegne cinematografiche, con la fama di cacciatrice di talenti nuovi, battuti spesso in zone geografiche snobbate dall’Occidente, si regga sulle spalle di un artista consacrato come Jafar Panahi (già Leone d’oro nel 2000 con Il cerchio). Eppure è indubbiamente Taxi del regista iraniano ad aver ravvivato un concorso finora fiacco e con lo sguardo rivolto al passato.
Panahi, nonostante il bando ventennale alla regia imposto dalle autorità del suo Paese, è tornato malandrinamente dietro la macchina da presa per scarnificare il regime che lo ha appena sollevato dagli arresti domiciliari. Sceneggiatore, regista e attore principale, attraverso una telecamera mobile fissata sul cruscotto dell’auto di cui è il conducente, riprende un saliscendi di passeggeri con tutte le contraddizioni di una grande civiltà costretta negli abiti di una dittatura. C’è il “freelance” che difende la sharia e la pena capitale per i ladri che litiga con una professoressa illuminata; un simpatico avventore che fa commercio illegale di dvd proibiti; la nipote linguacciuta, Hana, che deve girare un film secondo le regole di decenza imposte dalla religione; un’attivista che va a trovare in carcere una detenuta, arrestata per aver cercato di assistere a una partita di pallavolo (tema vicino a Offside, Orso d’argento alla Berlinale nel 2006). Una radiografia sorniona e ironica della tirannia, retta anche dalla mimica facciale di Panahi, con una leggerezza che comprensibilmente non avevano le sue ultime opere, This is not a film (2011) e Closed Curtain (2013).


Forse la delusione più grande per la competizione arriva da Queen of the desert di Werner Herzog, sulla vita della scrittrice e linguista, nonché mediatrice (e forse spia, ma nel film non viene mai adombrato) britannica per il Medioriente, Gertrud Bell, ottimamente interpretata da Nicole Kidman. Deve essere stata l’ostinazione di questa donna, vissuta a cavallo tra l’800 e il 900, che caparbiamente volle esplorare il deserto per studiare i beduini, mettendo a rischio la sua incolumità, a toccare qualche corda interiore di Herzog, tanto da fargli abbandonare i suoi antieroi maniacali e tragici, come in Aguirre, furore di Dio (1972), per accostare per la prima volta una icona femminile.

Forse Bell ha ricordato a Herzog le imprese cocciute e sovrumane del passato, come issare un battello su una montagna nella giungla amazzonica (Fitzcarraldo, 1982). Ma invece di interessarsi al ruolo fondamentale della diplomatica inglese nel ridisegnare i confini dell’area all’indomani della prima guerra mondiale, Herzog indugia sulla vita privata che strappa diversi sghignazzi in sala a partire dal primo piano di un poco probabile Lawrence d’Arabia col volto di Robert Pattinson, per finire su un James Franco, fidanzato un po’ troppo appesantito di fronte alla grazia segaligna di Kidman. Niente si può dire sulla fotografia che coglie la magia del deserto, anche sotto una tormenta o nello scorrere di un impalpabile fiume di sabbia che increspa le dune, ma certo da Herzog ci si aspetta più di un’agiografia, seppure ottimamente confezionata. Dello stesso tenore Nadie chiere la noche di Isabel Coixet, che ha aperto il festival. Ancora una donna forte al centro della trama, Josephine Peary, moglie di Robert, esploratore e (forse) scopritore del Polo Nord, interpretata dalla impeccabile Juliette Binoche. Paesaggi candidi, macchiati dal sangue di un orso impallinato, nevi perenni, ghiacci impenetrabili fanno da cornice alla pervicacia prepotente di una amazzone che mette a repentaglio la vita sua e quella dei membri della spedizione per tentare di raggiungere il marito, partendo dalla Groenlandia a ridosso dell’inverno. Siamo nel 1908, e Binoche vede sfarinarsi il suo senso di superiorità in un soggiorno forzato con una giovane Inuit Allaka (Rinko Kikuchi), nell’attesa dello stesso uomo. Sarà la notte perenne invernale, quando il sole non sorge mai, a renderle una cosa unica, in barba agli studi e alle buone maniere su cui si è formata Josephine. Una pellicola formalmente raffinata, ma da Berlino ci si aspetta di più di un elegante trionfo di buoni sentimenti. 45 years di Andrew Haigh rivisita e fa tremare le fondamenta di una, fino ad allora, solida coppia, Geoff (Tom Courtenay) e Kate (eccezionale Charlotte Rampling). Alla viglia dei festeggiamenti di un anniversario importante, 45 anni convivenza, Geoff riceve dalla Svizzera la notizia del ritrovamento del corpo di Katya, amore giovanile, caduta in un crepaccio 50 anni prima. I “non detti” cominciano a invadere l’intimità dei due coniugi, mentre Kate scopre la fisionimia della vecchia fidanzata immortalato in decine di diapositive (in una ha la pancia). Kate contro Katya: un fantasma in una casa priva di figli e di foto appese alle pareti. Il film va in sobrio crescendo, ma ci sarebbero volute generose sforbiciate, come per Victoria di Sebastian Schipper, un unico piano sequenza alla Birdman di Inarritu (vedi sopra Emanuela Martini), su una notte di divertimento degenerata in rapina. Credibili la protagonista Laia Costa nel suo tenace candore alla Forrest Gump, e i balordi berlinesi con un codice etico da branco. Metà film sarebbe bastato per non creare l’effetto déjà vu. Godibile invece Journal d’une femme de chambre di Benoit Jacquot con Léa Seydoux, tratto da Diario di una cameriera di Octave Mirbeau (1900). Storia di Célestine, giovane domestica, con il peccato di essere bella e intelligente, a servizio agli inizi del Secolo Breve (di nuovo!) di proprietari più che datori di lavoro. Quest’ultimi si accaniscono spremendo le sue forze fino ai confini dello schiavismo (nel caso della donna), o (nel caso dell’uomo) col pensiero rivolto a un corpo da possedere. Nonostante un’esperienza precedente bella ma tragica, Célestine è carne da umiliare nel fisico e nell’anima e nonostante si riservi impennate d’orgoglio (Seydoux le rende magistralmente), la protagonista passa da una sudditanza lavorativa a una volontaria al fianco di Vincent Lindon (Joseph), giardiniere violento, antisemita, su cui cade l’ombra di un omicidio. Jacquot (già l’anno scorso al festival con Les adieux à la reine), si cimenta coraggiosamente su un terreno su cui si sono misurati già Jean Renoir nel 1946 e Luis Bunuel nel 1964 con Jeanne Moreau.

Ne esce comunque con onore con un film teso e accurato, ma perché siamo ancora fermi al secolo scorso?