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Big eyes e l’intervista al bravissimo Waltz: ma il film non rapisce

La stoffa degli esclusi, di quelli che sguazzano in panni più grandi della loro taglia, Margaret e Walter Keane – sulla cui storia Tim Burton ha modellato Big Eyes – ce l’hanno. Quanto l’incompresa Alice, che si rifugia nel mondo concentrico del coniglio bianco; come l’Ed Bloom di Big fish (2003), compatito per le imprese mirabolanti e l’Ed Wood (1994) emarginato dall’establishment cinematografico.

Quindi è a suo modo burtoniana, anche se non goticheggiante, la storia della coppia che tra gli anni Cinquanta e Sessanta in America raggiunse un successo commerciale come mai prima nel mondo dell’arte, vendendo quadri che raffiguravano bambini dagli occhi sproporzionati, in grado di captare nella loro sprovveduta inoffensività la compassione del grande pubblico. Margaret (Amy Adams) è una donna che scappa dal marito tradizionalista con figlia, tele e pennello e incappa in Walter (Christoph Waltz), che la protegge, impone la firma sui quadri che lei crea, rendendola ricca ma defraudata delle opere, a cui lo stesso regista si è ispirato nella veste di artista visivo. Margaret ha il candore e la sprovvedutezza di tanti personaggi delle favole di Burton: su tutti Charlie Bucket (Freddie Highmore), il bimbo speranzoso di La fabbrica di cioccolato (2005). E gli atteggiamenti: la renitenza al mondo adulto della già citata Alice, la malinconia estrosa di Edward mani di forbice (1990).
E Waltz rappresenta il lato crudele dell’universo burtoniano, nella sua ambivalenza. È ancora bastardo ma stavolta con gloria, mefistofelico, cangiante, bugiardo e salvatore, narciso e generoso, traditore e chioccia. Defrauda Margaret del suo estro, ma la fa vivere con comodità e grandissimo agio, che probabilmente lei non avrebbe raggiunto senza il fiuto di Walter che seppe trasformare un dipinto nella produzione di massa di manifesti, cartoline, tazze e merchandising vari. E Waltz in questa veste è sempre l’abile e sfumato attore che ha visto due volte recapitarsi l’Oscar come miglior attore non protagonista in due film di Tarantino (oltre alla pellicola del 2009 che faceva morire Hitler nei cinema, anche Django unchained del 2012), l’anarcoide dolente di solitudine di The Zero Theorem di Terry Gilliam (2013), il genitore compresso e rovente sotto la guida di Roman Polanski in Carnage (2011). E il cattivo di molte altre pellicole più commerciali – l’ultima, Come ammazzare il capo…2 – che rivendica con fierezza: «Un film costa milioni di dollari e niente si fa senza denaro, soprattutto oggi. È infantile considerarsi un artista e disprezzare Hollywood e le major».
Ma circa la qualità delle opere della “ditta Keane”, da interprete raffinato, frequentatore di teatri e di opera, Waltz si lancia in una excusatio non petita: «Non ha senso ridicolizzare i dipinti di Keane. Bollarli come un ammasso di kitsch con sufficienza e superiorità solo perché conosciamo Tintoretto. Bisogna piuttosto chiedersi che tipo di fenomeno sia stato, perché abbia avuto quest’enorme successo e impatto». Ma allo stesso tempo ne prende le distanze: «Non sapevo nulla di questa storia. Ho ricordi d’infanzia in cui questi soggetti erano stampati sui calendari della banca o nelle riviste gratuite distribuite in farmacia. Non ci ho mai più pensato dopo che sono andati fuori moda. Dove sono cresciuto (Austria n.d.r.), erano considerati un fenomeno sociologico più che artistico».
E sfoggia una cultura da europeo: «Mi incanta il tempo che un pittore impiega per innalzare il livello della sua maestria. Le pellicce dei quadri di Rembrandt sono incredibilmente reali; solo quando ci si avvicina ci si accorge dei dettagli microscopici. È quasi impensabile che si riesca a rendere un tale effetto con i colori ad olio. Allo stesso modo, Ravel con il piano evoca sentimenti universali, le sonate di Beethoven e i quartetti per archi di Haydn hanno strutture perfette. Nei duetti per due violini di Luciano Berio, senti che sei parte dell’universo». Un livello che per Waltz si raggiunge col costante allenamento delle proprie capacità, professionalità e tecnica. «Non credo nella figura del genio del diciannovesimo secolo, baciato dalla musa mentre beve champagne. Si lavora tutto il giorno, tutti i giorni». In maniera non dissimile a quanto scriveva Ingmar Bergman nella sua Lanterna magica (Garzanti, 2008): «Ci sono registi che materializzano il loro caos… Io detesto questo tipo di dilettantismo… In una prova… devono regnare autodisciplina, pulizia, luce e tranquillità».
Tuttavia, nonostante l’impegno, la grande cura nella fotografia (Bruno Delbonnel) e nei costumi del premio Oscar Colleen Atwood, il film non ha il rapimento, anche sentimentale, di altri lavori macabri e dolci di Burton. Stavolta nessun sassolino si deposita nel profondo dell’immaginario dello spettatore, nonostante la bravura degli attori.
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