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Class enemy di Rok Bicek è un film potente che racconta un’Europa di giovani egoisti

Class enemy di Rok Bicek – dal 9 ottobre nelle sale per Tucker Film – è una potente riflessione sull’egoismo come specchio di un’epoca. Siamo in una scuola superiore slovena (ma potremmo essere ovunque in Europa) e gli allievi accolgono Robert Zupan (Igor Samobor), il nuovo supplente di tedesco. Mentre l’insegnante di ruolo, in congedo per maternità, presenta il collega, i ragazzi non fanno nulla per celare la propria noia: c’è chi compulsa il telefonino, chi ascolta musica con le cuffie e picchietta il banco con un paio di bacchette, chi non esista a far trapelare una punta di scherno per la formalità della presentazione. «Sono vivaci», si scusa l’insegnante di sempre. «Sono disobbedienti», la corregge laconico Robert.
E impreparati. Alle interrogazioni balbettano e di fronte alla propria insipienza oppongono l’espressione malandrina di chi è abituato a ricevere al massimo un buffetto. Samobor, che veste i panni algidi e controllati di Robert con eccellente impassibilità ed eleganza, inchioda i ragazzi di fronte alla loro candida e esibita ignoranza fino all’umiliazione. Siamo lontani sideralmente dall’umanità sobria ma compassionevole di Diario di un maestro (1972) di Vittorio De Seta o di La classe (2008) di Laurent Cantet. Robert ha un occhio di riguardo solo per Sabina (Daša Cupevski), l’unica a distinguersi dalla mollezza diffusa. Sabina è timida, come lo è nella realtà Dusa, che ne veste i panni: non si è sottoposta al casting, ma è stato Bicek a cercarla tra i corridoi, forte della convinzione che i suoi attori dovessero interpretare loro stessi, pur seguendo il copione. Robert vede nella malinconia e nel talento musicale di Sabina elementi di forza e in un colloquio a due la sprona con durezza a uscire dall’ignavia in cui sguazzano i compagni. Il giorno dopo il professore annuncia alla classe il suicidio di Sabina.

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«Non volevo fare un film sulla fragilità del sistema scolastico – spiega Bicek -. Ho preso spunto da un’esperienza vissuta da studente, analoga a quella del film. Ho raccontato il tentativo di ciascun personaggio di manipolare il dramma altrui per raggiungere uno scopo personale. Un comportamento molto diffuso in politica, anche se il mio non è un film politico». Class enemy non riflette nemmeno sul suicidio in sé o sulle sue conseguenze devastanti, come avviene, per esempio, in Ultimo tango a Parigi (1972) di Bertolucci o Il sapore della ciliegia (1997) di Kiarostami o Il giardino delle Vergini suicide (1999) di Sofia Coppola.
È piuttosto una spietata analisi di alcuni meccanismi, a volte inconsapevoli, spesso infantili, più cinici che disperati, che scattano davanti a un evento tragico. Gli studenti usano il distacco che Zupan ostenta di fronte all’evento, per abbandonarsi a un’autoassolutoria bolla di insinuazioni contro il professore (una spirale che per molti versi ricorda Il sospetto di Thomas Vinterberg). Il capro espiatorio siede dietro la cattedra: è stato Zupan a indurre Sabina a togliersi la vita. Luka (Voranc Boh) scaglia contro il docente la rabbia implosa per la recente morte della madre. Tadej (Jan Zupancic) innalza il professore a emblema del sistema da combattere. Spela (Spela Novak) insulta il docente a viso aperto: «Nazista!», ma dietro l’insolenza nasconde la paura di dover affrontare le lacune della sua fragilissima preparazione. Si innescano gesti magniloquenti: una processione con le maschere modellate sul volto di Sabina, le scale tappezzate di lumini da cimitero. E Bicek decifra i comportamenti con rigore di forma e di sostanza attraverso l’uso spinto di primi piani, inquadrature lunghe, piani sequenza, sfondi molto chiari, mentre i dialoghi restano stringati.
A Robert, statuario di fronte alle ingiurie, va, in un primo tempo, la nostra solidarietà di spettatori. Tuttavia, si evince a poco a poco che la sua granitica dignità non protegge l’animo ferito di un adulto che conosce il senso del pudore. Imperturbabile, usa la disgrazia come pretesto educativo e non esita a scrivere sulla lavagna una frase di Thomas Mann, i cui figli, Michael e Klaus, si erano tolti la vita: «La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive». Robert, in fondo, non è molto diverso dalla preside, Zdenka (Nataša Barbara Gracner), preoccupata solamente che la fama progressista della sua scuola venga oscurata.
«Le nuove generazioni sono più egoiste e non vogliono prendere parte ad azioni in cui possono perdere più di quello che hanno da guadagnare. Quella di Class enemy è una vicenda universale, plausibile in qualsiasi Paese europeo, dove ormai è diffuso un atteggiamento di prepotenza dei genitori davanti a un docente che voglia far valere la propria autorità. La Slovenia non c’entra», sottolinea il regista, nonostante punteggi ogni tanto il film con qualche riferimento inequivocabile al suo Paese. Studiare non significa sapere, volere non significa potere, recita Zupan citando Ivan Cankar (1876 – 1918), una delle colonne della letteratura slovena assieme a France Prešeren (1800-1849) e Oton Župancic (1878 – 1949). Artisti più tradotti in Francia che nella limitrofa Italia, eccezion fatta per Srecko Kosovel (1904 – 1926), le cui poesie acuminate come baionette, scritte sul Carso ferito dalla Prima guerra mondiale, sono state recentemente ritradotte e pubblicate da Comunicarte Edizioni.
«Ogni rivoluzione inizia con una piccola ribellione – continua Bicek -. Noi siamo infatuati del ’68 perché è romantico, ma ogni generazione assiste a forti cambiamenti. La mia ha visto cadere il muro di Berlino e la cortina di ferro». Un domino che coinvolse alla fine anche i Balcani e la Slovenia, motore economico dell’ex Repubblica jugoslava che smaniava per staccarsi dalle consorelle. Lo fece con una guerra lampo di dieci giorni, che lasciò a terra cinquanta morti. «Nel 1991 avevo sei anni e ricordo che in quei giorni ci nascondevamo tra gli scaffali. Capisco il senso della jugonostalgia, anche se sono troppo giovane per ricordare l’atmosfera ai tempi di Tito. Sicuramente eravamo più protetti vent’anni fa. Il mio Paese è ora immerso nel turbocapitalismo che ha spazzato via la classe media. Ci sono i milionari, e chi sopravvive, mentre gli ammortizzatori sociali diminuiscono di giorno in giorno. I miei nonni e i miei genitori hanno contribuito per cinquant’anni con il proprio lavoro a costruire tesori nazionali che ora vendiamo per un pugno di noccioline alle multinazionali. Lo scorso mese abbiamo svenduto il nostro aeroporto a Francoforte per un prezzo irrisorio. E tutto questo perché? Perché le direttive impartite da Bruxelles ci rendono impossibile la vita? La mia generazione è arrabbiata ed è sul piede di guerra. Leggendo la letteratura degli anni Trenta, trovo molte similitudini con la situazione attuale. Stiamo costruendo un futuro, certo, ma per chi? Sono molto pessimista».
Bicek dovrà fare i conti con l’Europa il 17 dicembre: è uno dei tre finalisti del premio Lux – assieme a Ida di Pawel Pawlikowski e Girlhood di Céline Sciamma -, in cui i membri del parlamento europeo designano il miglior film dell’anno. Class enemy è entrato nella rosa, forte anche delle ottime recensioni ricevute l’anno scorso alla Mostra del cinema di Venezia, che hanno paragonato Bicek a Michael Haneke. «È un autore che amo moltissimo assieme a Cristian Mungiu, Ingmar Bergman, Krzysztof Kies’lowski». Il prossimo lavoro, in uscita in gennaio, sarà invece un documentario, The family, in cui Bicek racconta la crescita di un ragazzo, Matej, ora 22 enne, da quando ne aveva quattordici. «È la lotta di un giovane, con piccoli precedenti penali, per una famiglia normale. La madre, come il padre ormai deceduto, è affetta da disturbi mentali. L’unico fratello è down». L’obiettivo di Matej è di tagliare i ponti con la famiglia originaria, che vive a Novo Mesto, nel Sud della Slovenia, paese natale anche di Bicek. «Ci ha provato due anni fa con una ragazza da cui ha avuto un figlio, ma dopo due mesi hanno rotto. Ora convive con una nuova fidanzata, trovata su Facebook».
Quali sono i confini etici nel piazzare la telecamera di fronte a individui così fragili e indifesi? «Loro si fidano di me. So che è una grande responsabilità e che questo film è difficile da fare e ancora più da mostrare. Non puoi fare commenti e non puoi intervenire. È un reality e i sentimenti sono veri, perché nessuno recita. È un documentario di osservazione, importante per capire le relazioni famigliari, la socializzazione, che sono simili in tutte le famiglie». Questa volta Bicek non potrà dire di non aver girato un film politico.
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