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E’ scomparso Robin Williams: il peso di una maschera

Come deve essere difficile tener fede a una maschera, soprattutto a quella positiva dell’ “entusiasmatore”, del risvegliatore di sensibilità, coscienze e anime. Perché le cadute e le devianze vengono con fatica perdonate da un pubblico più o meno allargato, che vuole credere nel mito. Deve essere stato penosissimo per Robin Williams – spentosi l’11 agosto scorso – rivelare la sua dipendenza dall’alcol e spiegare la depressione che lo ottenebrava da tempo. Lui che era stato la voce che leniva le menti sofferenti dei soldati in “Good morning Vietnam” (1987) di Barry Levinson, il plasmatore che insufflava il sale della vita ai ragazzi imbrigliati nel college tradizionalista del Vermont in “L’attimo fuggente” (1989) di Peter Weir.
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E ancora, l’abile detentore dell’arte maieutica in ogni sua forma, come quando indossava i panni del dottor Malcolm Sayer al fianco di Robert De Niro in “Risvegli” (1990) di Penny Marshall o del dottor McGuire in “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant, con cui si guadagnò l’unico Oscar come miglior attore non protagonista. Dura slegarsi dalla bambagia della fanciullezza in ruoli che hanno contorni netti, in cui si porta il fardello del bene, seppure macchiato dalle contraddizioni del male che investe l’uomo in ogni epoca. Fu l’alieno della fortunatissima serie televisiva “Mork e Mindy”, che ha contagiato milioni di ragazzini che si rincorrevano per il pianeta (Terra) urlando “Nano Nano”.
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E’ stato il cresciuto Peter Pan di “Hook – Capitan Uncino” di Steven Spielberg (1991), il febbrile eccentrico personaggio di Leslie Zevo, responsabile di una fabbrica di giocattoli in “Toys – Giocattoli” (1992) ancora di Barry Levinson. Ha rivestito il ruolo agrodolce del padre separato che si trova a inventarsi bambinaia per stare vicino ai figli in “Mrs. Doubtfire” (1993) di Chris Columbus, mentre due anni dopo è il protagonista di “Jumanji” (1995) di Joe Johnston. Ultimamente era riuscito a liberarsi della sua gabbia buonista e a togliersi per un po’ la polverina magica di chi ha per dovere un rimedio in mano. In “One Hour Photo” (2002) di Mark Romanek era un morboso e ossessivo commesso di un centro fotografico che sfocia nella follia. Ma soprattutto diventa uno spietato omicida in “Insomnia” (2002) di Christopher Nolan.
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Molti sono i suicidi eccellenti nel mondo dello spettacolo e dell’arte in generale, partendo da Dalida e Marilyn Monroe – sulla cui morte si fanno però varie congetture – a Kurt Cobain, ad Amy Winehouse, alla recente scomparsa di Philip Seymour Hoffman. Eppure se si guarda la lista degli artisti morti suicidi, quella degli attori è un po’ più lunga di quella dei musicisti, scrittori, pittori, scultori, fotografi. Il cinema non è solo arte, è anche corpo che si offre agli occhi del pubblico, è voce che si corrompe nel tempo. Ed offre una celebrità planetaria, più forte delle altre arti, difficile da sostenere, difficile da alimentare, soprattutto nell’epoca dei social network. Soprattutto quando si inceppa la macchina del pensiero. I registi poi sanno ben usare la propria merce. Il geniale Elia Kazan aveva sfruttato al massimo le abilità psicanalitiche dei rampolli dell’actor’s studio, spesso portandoli vicino all’esasperazione. Kazan raccontava di come riuscisse ad usare la forza e la rabbia terribile di Marlon Brando facendola esplodere sullo schermo. O di come spingesse al massimo il pedale sull’insicurezza di James Dean. Molti registi, anche grandi, hanno calcato, sicuramente in buona fede, sulla macchietta benigna di Robin Williams. Robert Altman lo volle per incarnare “Popeye” (1980), Gus Van Sant per il ruolo dottor McGuire. Non si conosce l’origine di una depressione, tanto meno si riesce a dare una reale spiegazione a un atto estremo come il suicidio. Ma quella maschera di mallevadore di sentimenti altrui, soffice, persuasivo, passionale può essere pesata.