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Se I bambini ci guardano: “La gelosia” e “Quel che sapeva Maisie”

Il mondo può incenerirsi attraverso la toppa di una serratura, soprattutto se a reggerlo sono spalle che distano poco più di un metro dai piedi. Philippe Garrel in La Gelosia scurisce lo schermo quando Charlotte (Olga Milshtein) spia il padre Louis (Louis Garrel) nel dare l’addio alla madre Clothilde (Rebecca Convenant). Un buio pece tranne che per uno spicchio di luce in cui vengono inquadrate le facce dei genitori.

L’animo di Charlotte dovrà passare attraverso quel pertugio, stringersi e riallargarsi, prendendo corpo in una pièce con personaggi nuovi. Come accade alla protagonista di Quel che sapeva Maisie (Onata Aprile) di Scott McGehee e David Siegel che osserva il falegname lavorare alla porta di ingresso e presagisce già che il padre, Beale (Steve Coogan), non riuscirà più a infilare piede in casa.
I film di Garrel e di McGehee e Siegel, ora nelle sale, sono molto distanti tra loro, ma qualcosa di profondo li accomuna. Il primo autoriale, immerso in un tinello in bianco e nero in cui vagano poeti, attori, artisti e in cui si culla la viscerale, sempre raffinata e autorevole indagine dei sentimenti del regista francese, incline all’utobiografismo. Come in questo caso: Charlotte è la trasposizione femminile del regista stesso che fa interpretare al figlio Louis il ruolo di suo padre.

Quel che sapeva Maisie di autoriale ha forse solo l’origine – è tratto dall’omonimo romanzo di Henry James (pubblicato nei classici di Marsilio) –. È patinato, hollywoodiano anche se la coppia di registi (già nota per il noir Suture del 1994, I segreti del lago con Tilda Swinton, 2001, Parole d’amore del 2005 con Binoche e Gere e Uncertainty del 2009) rivendica indipendenza. Ed è furbo nell’agganciare la pancia dello spettatore attraverso le musiche e gli sfondi di una New York non convenzionale. Eppure allaccia riflessioni non banali; saranno le gambette scheletriche di Maisie, apparentemente troppo fragili per sopportare il solipsismo genitoriale, la buona scrittura della sceneggiatura, la sempre ottima interpretazione di Julianne Moore nel ruolo della madre Susanna, sciatta ed egoriferita; o l’imbarazzante capigliatura del bravo Coogan (lo abbiamo visto recentemente in Philomena di Stephen Frears) premonitore di un giovanilismo autocompiaciuto e individualista.
Fatto sta che la pellicola invade un piano ben diverso da quello della commedia sentimentale estiva che scivola nel cestino non appena si abbandona la sala. Soprattutto perché la trama non racconta vessazioni estreme, ma una quotidianità infima e banale, fatta di dispettucci, dimenticanze, spilorcerie d’animo reiterate, ma così ben raccontate da essere in grado di reggere da sole lo schermo. Mai abbastanza potenti da sgretolare la fiducia di Maisie che, come un fiore, ogni mattina si rinnova nonostante le dimenticanze, i rimpalli e le fughe alla chetichella a cui devono porre rimedio i nuovi partner. Susanna e Baile non sono mostri, anzi, quasi fan pena quando si piegano all’ennesima meschineria, come chi non è in grado di governare i sentimenti e si crede migliore di quello che è, inventandosi impegni per mascherare la propria mediocrità professionale e umana. Così Maisie nonostante venga parcheggiata a scuola prima del tempo, o dal portiere, o nel bar dove lavora il nuovo marito di mamma, Lincoln (Alexander Skarsgård), o con la nuova moglie ed ex tata Margo (Joanna Vanderham), è pronta a credere ai «Ti voglio bene», «Sei la persona più importante della mia vita», con cui mamma e papà la investono, cercando di insabbiare le proprie irresponsabilità. Certamente sulla riuscita della pellicola ha un grosso peso lo sguardo pieno di meraviglia di Onata Aprile davanti all’ennesimo abbandono. Dove più che l’incoscienza affiora la saggezza, che ricorda quella di Billy (Justin Henry) in Kramer contro Kramer (Robert Benton, 1979) quando chiede perché la mamma se ne sia andata. C’è da pensare che chi ha fatto il casting per Maisie abbia privilegiato Onata anche per quelle gambe di giunco, che rendono ancora più erculeo lo sforzo di sostenere colpi che piegherebbero una grossa stazza. Ma la verità è che Onata è credibilissima, tanto che viene il sospetto che abbia frequentato paludi simili alla protagonista della pellicola, proprio come Luciano De Ambrosis, che aveva perduto la madre proprio prima di rivestire i panni di Pricò nell’indimenticabile I bambini ci guardano (1943) di Vittorio De Sica. Maisie ispessirà l’anima, creando il primo argine tra lei e l’infantilismo dei genitori, solo quando si sveglierà nel letto di una sconosciuta.
Benché la pellicola di Garrel abbia come missione quella di sviscerare la gelosia in tutte le sue declinazioni, entrambi i film illuminano le conseguenze di una separazione con conclusioni simili. La coppia scoppiata in La gelosia è civile, elegante, ai limiti dell’eccesso. Quella di Maisie biecamente litigiosa, anche se mai grottesca quanto quella del recente Incompresa di Asia Argento. Ma in tutte e due le opere si apre una finestra verso le famiglie allargate, forti e fragili insieme, come insegna anche Il passato di Asghar Farhadi (2013). Maisie prende le misure e si accomoda tanto nella gentilezza di Margot, quanto nella tenerezza goffa di Lincoln; Charlotte si fa imbrigliare nel fascino ombroso della nuova compagna del padre, Claudia (Anna Mouglalis). E ci riporta a una riflessione sui legami di sangue, che l’affetto non si fa imbrigliare nei ruoli, come spiegava anche padre Turoldo .