Wajda su Walesa: è un eroe indiscusso dei nostri tempi

 A 86 anni ottimamente portati, Andrzej Wajda arriva al Lido con un film importante fuori concorso, “Walesa. Uomo della speranza”, che ricostruisce la vita politica e personale del leader di “Solidarnosc”, il movimento polacco che rovesciò la dittatura comunista. La figura di Walesa, interpretato da un convincente Robert Wieckiewicz, è raccontata nella cornice dell’intervista che Oriana Fallaci (un’eccezionale Maria Rosaria Omaggio) fece al leader polacco e che compone un capitolo del libro “Intervista con il potere” (Rizzoli, 2009).

Wajda

 

La pellicola inizia proprio con l’arrivo della reporter italiana nella casa del sindacalista e seguendo le domande di lei va a ritroso fino al 1970, epoca in cui le autorità comuniste soffocarono nel sangue le proteste degli operai. Walesa è in procinto di diventare padre, ma non riesce ad esimersi dal correre in piazza e cercare di portare pacificazione tra gente e poliziotti. Viene fermato e costretto firmare una carta che lo obbliga a collaborazione coi servizi di sicurezza, atto che a più riprese servirà al regime per indebolire la sua carica carismatica. L’animo battagliero e bellicoso di questo leader, come lui stesso ammette di fronte alla Fallaci (“Sono pieno di rabbia, sin da giovane, ma ora questa rabbia la so controllare e mi serve per combattere le ingiustizie”), lo porta a una costante critica nei confronti del regime che affama la gente e blocca l’economia. Ma è solo nel nono anniversario di quel tragico dicembre 1970 che la sua stoffa di trascinatore di masse viene in evidenza: il suo discorso alla gente è travolgente. Nel frattempo nel 1978 Karol Wojtyla diventa papa e compie una visita, seguita da migliaia di fedeli, nel suo Paese d’origine. Nell’agosto del 1980 Walesa conduce lo sciopero nel cantiere navale di Danzica, trasformandolo in una protesta religiosa e diventando il leader di Soldarnosc. Alla dura battaglia che indebolirà fortemente la dittatura e che trascinerà l’intera nazione in sciopero, il regime risponde con la legge marziale e Walesa sarà internato per un anno. Wajda ripercorre fedelmente quel periodo, passando per il premio Nobel per la Pace del 1983, che andrà a ritirare la moglie Danuta (Agnieszha Grochowscha), figura decisiva nell’opera. Sotto gli alberi del Lido, un Wajda disteso, sereno, rassicurato anche dalla notizia degli applausi in sala da parte della stampa dopo la prima proiezione, è generoso nelle risposte. Cosa l’ha spinta a girare un altro film su Walesa, dopo “L’uomo di ferro”, che vinse la Palma d’oro a Cannes nel 1981? Vista la mia età ho potuto seguire il cammino della Polonia prima della Seconda guerra, sotto l’occupazione nazista e il comunismo fino al raggiungimento della libertà. Sicuramente so valutare chi è il colpevole e chi è un eroe e sono convinto che un eroe indiscusso dei nostri tempi è Lech Walesa. E’ il primo operaio che nella storia del nostro Paese ha svolto ruolo fondamentale: normalmente a spingere verso la democrazia sono gli intellettuali e l’aristocrazia. Ma quando hanno agito loro, ogni tentativo di liberare la Polonia dal giogo della schiavitù finiva con l’insuccesso. E invece Lech Walesa ci ha portati alla liberazione senza spargimenti di sangue. Lavorando su questo progetto ha scoperto novità sul personaggio? Direi di no, mi sono servito del materiale storico che conoscevo prima, in base a cui sono stati girati diversi documentari. Il modo di comportarsi di Lech Walesa nelle situazioni pubbliche lo conoscevo già. Il grande elemento di sorpresa è stato invece il libro intervista di Oriana Fallaci. Per diverso tempo c’è stata una traduzione diffusa solo dalla stampa clandestina, mentre la pubblicazione ufficiale è uscita nelle librerie solo adesso. Mi hanno sorpreso non tanto le parole della Fallaci, quanto saperli insieme. Perché Lech è un uomo che vuole fare buona impressione, apparendo intelligente su una bella donna. L’ho visto con i miei occhi. E’ una cosa molto polacca. Ho capito così il lato umano di Walesa, non solo quello dell’uomo d’azione E di questo non c’era traccia nel materiale che avevamo raccolto in passato. L’influenza della chiesa sull’abbattimento del regime non appare però così fondamentale… Da quando Wojtyla è diventato papa la Polonia ha cambiato completamente la sua immagine, che non era solo quella dei nostri delegati a Mosca. Le autorità comuniste hanno cominciato a temere i raduni religiosi, durante la visita del papa nel ‘78. I fedeli sono usciti da soli per andare a messa, senza il controllo delle autorità e per la prima volta i polacchi si sono resi conto che potevano governare loro stessi senza bisogno della guida di un’autorità o del regime. E’ stato scioccante. Poi è entrata in vigore la legge marziale ed tutto è diventato difficile. Lech Walesa era imprigionato, mentre Wojtyla era un uomo libero, ed è allora che il papa ha svolto un ruolo decisivo. Ma Walesa firma l’accordo con una penna con l’immagine del papa… Questa circostanza è casuale. Davanti al cantiere c’era un mercatino con vari gadget tra cui questa penna, che Lech ha usato senza premeditazioni. Lei ha capito da subito la forza di questo leader? Ha appoggiato da subito il movimento? Nei primi giorni dello sciopero sono andato al cantiere e ho incontrato Walesa, perché ero il presidente dell’associazione cinema polacco. Siamo riusciti ad entrare con le telecamere durante gli incontri informali. A un certo punto mentre andavo nella sala delle riunioni, uno degli operai, ormai mi conoscevano bene, mi disse: “Perché non fa un film su di noi?” Così “L’uomo di ferro” nasce dalla richiesta di un operaio. E’ stato visto da cinque milioni di persone. Fu un grande successo, premiato con la Palma d’oro a Cannes: sono esperienze che mi hanno molto legato al movimento.