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Il film di Alina Marazzi sul Baby blues è un passo per aiutare la maternità

Il film di Alina Marazzi sul Baby blues è un passo per aiutare la maternità

Questa la mia recensione su Domenica del 28 aprile. Dovrete andarlo a cercare nelle sale dessay perché purtroppo è già uscito dal circuito

Per fortuna parlano di te

Ci sono dei segreti perfidi nella vita delle donne, che nessuno svela mai per pudore, ipocrisia, senso di colpa. La solitudine nella maternità, e l'ambivalenza dei sentimenti verso un figlio sono e devono rimanere un ossimoro, una macchia della coscienza da cacciare nel profondo, un peccato per chi crede. O tuttalpiù il baluginare di un'anormalità, di cui la società non vuole sentirsi responsabile. Una condizione che sfiora la politica che la relega in un punto dell'agenda (più asili nido), la medicina quando sfocia nella patologia (depressione post partum), il diritto quando travalica nel crimine (infanticidio). Ma è rara la fotografia del disagio sotterraneo che non sale ai fasti della cronaca e dobbiamo ringraziare Alina Marazzi che ci ha aiutato a verbalizzarla e a visualizzarla in Tutto parla di te. Marazzi è abile indagatrice dell'universo femminile senza partigianerie; la sua laicità traspare anche dal fatto che nell'ideazione e nella sceneggiatura di questa pellicola non ha escluso l'intervento maschile e le ha firmate assieme Dario Zonta (con la collaborazione di Daniela Persico). Indimenticabile Un'ora sola ti vorrei (2002) in cui in maniera priva di retorica, e per questo ancora più struggente, ricostruisce attraverso i filmini girati dal nonno la figura della madre, morta suicida quando la regista era bambina. Ha raccontato la vita delle suore di clausura in Per sempre (2005) e le ripercussioni, anche contraddittorie, delle conquiste femministe negli anni Sessanta e Settanta in Vogliamo anche le rose (2007). Marazzi nella nuova pellicola intreccia il genere del documentario, che le è congeniale, con l'animazione in stop motion, scatti fotografici d'epoca e recenti, filmati di repertorio, found footage e per la prima volta la fiction. Alle interviste delle madri – sempre pudiche nelle riprese e nei contenuti – di un Centro maternità torinese per il sostegno delle puerpere, si alterna la storia che vede unite Charlotte Rampling, nel ruolo di Pauline, una signora con un passato segnato da una perdita legata alle tematiche affrontate al Centro in cui svolge delle ricerche, ed Emma (Elena Radonicich), ex ballerina, madre single in difficoltà. «Non sono in sintonia con il bambino … Se lui piange, io piango … La crisi è arrivata quando ho realizzato che per tutta la vita sarebbe dipeso da me», rivela Emma con lo sguardo perso nel vuoto. S'inframmezzano le testimonianze vere di donne dolenti, che parlano a fatica della propria sofferenza per aver rifiutato il neonato e averlo vissuto come un fagocitatore della propria identità. Non è difficile capirle in un Paese in cui la parità si ferma spesso sui banchi di scuola, e la maternità è di fatto un'amara ambiguità: la felicità più grande, e allo stesso tempo il deragliamento dai binari di una vita moderna, costruita faticosamente su studio e lavoro. Non esiste rete sociale che allevi la stanchezza granitica dovuta a fatica, mancanza di sonno, per lo più vissute in solitudine in virtù di un'educazione maschilista, impartita dalle donne stesse, che vuole il peso della famiglia esclusivamente su spalli muliebri. «Con il femminismo abbiamo ottenuto il diritto di essere eternamente esauste», diceva qualche anno fa Erica Jong e ha purtroppo ancora ragione. Il vulnus più bruciante è quando il carnefice è una donna. Una ragazza riporta la reazione della propria madre alla notizia della sua gravidanza: «Potevi aspettare». Due parole che fanno nascere un senso d'inadeguatezza che la convince di poter essere solo figlia di non meritarsi il privilegio di essere mamma. Non si grida nel film di Alina Marazzi, non c'è un'escalation di violenza. Solo un frammento di una testimonianza, ripresa da una trasmissione televisiva, mette in luce la scabrosa vicenda di una giovane che soffoca il neonato nel bagnetto. «Io ero sola, vuota, avevo un muro davanti – confessa con fatica una ragazza bionda che nulla ha di strano nell'aspetto e nel modo di rapportarsi all'interlocutore –. Avevo paura dei ladri, io ho salvato mio figlio, altrimenti l'avrebbero fatto loro». Ieri Alberto Calderoli – il padre della piccola Elisa di un anno e mezzo, uccisa il 20 aprile scorso a Bergamo dalla madre, poi morta suicida – a margine dei funerali ha annunciato l'intenzione di istituire una fondazione per curare le puerpere affette da depressione post partum. Ecco Tutto parla di te (in collegamento al film, il sito www.tuttoparladivoi.com raccoglie le testimonianze in forma scritta, fotografica o anche di twitter sull'esperienza della genitorialità) è un tassello in più per evitare che tutto questo accada.

Alina Marazzi (al centro ) con le due attrici in un attimo di pausa sul set

www.tuttoparladivoi.com