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Nessun Oscar a “Lady Bird”di Greta Gerwig: ecco perché

Uno dei film più significativi sull’adolescenza americana, sottovalutato dal pubblico e dalla critica, è Young adult di Jason Reitman del 2011. Grazie a una magnifica Charlize Theron, nei panni di una hellokittyzzata, crudele e sprovveduta ragazzina di trentasette anni, Reitman ragionava sulla cristallizzazione del periodo della crescita e sugli ingranaggi di una società malata che consente di protrarla fino allo spasimo. Oggi Greta Gerwig con Lady Bird analizza gli stessi meccanismi che imprigionano il passaggio dall’infanzia all’oscura età adulta nell’America di oggi attraverso Christine (Saoirse Ronan), una studentessa di Sacramento, che nel mezzo di un nulla californiano sogna il minimalismo chic della Grande Mela: qui la sua vera anima di Lady Bird – così si fa chiamare ostinatamente anche dalla madre – potrebbe finalmente prendere il volo.


Ha un’amica vera, Julie (Beanie Feldstein), troppo grassa per essere cool, vive dalla parte “sbagliata” della ferrovia, ha una parte in un musical sgangherato, pratica singolari metodi di autoerotismo ed è allergica all’ambiente cattolico che sembra circondare ogni aspetto della sua vita. Lady Bird è convinta che la propria unicità sia incompresa dal resto del mondo e soprattutto dai genitori; insorge contro di loro e contro l’unica persona davvero fuori dal coro, la consorella Sarah Joan (Lois Smith), che con grande acume ride degli atti vandalici che Christine architetta anche a suo danno. Cerca di essere speciale, a partire dal colore dei capelli, ma poi coniuga il desiderio di protagonismo con la necessità di accettazione sociale e canalizza male il proprio bisogno di amore, rivolgendolo sempre verso le persone sbagliate, che siano dell’altro sesso, Danny (Lucas Hedges) o Kyle (Timothée Chalamet), o del suo, Jenna (Odeya Rush). Gerwig è stata brava a scegliere una protagonista, Saoirse Ronan, con gli occhi lunghi ancora tenacemente legati alla fanciullezza, che rifiutano di vedere i problemi pratici della sua famiglia: la depressione del padre legata alla disoccupazione, la fatica della madre, Marion (Laurie Metcalf), che si sfinisce in doppi turni. A Christine la regista ha poi trasferito molto della goffaggine maldestra della loser di provincia, su cui ha lavorato da attrice in Frances Ha (2012) e Mistress America (2015), entrambi diretti da Noah Baumbach. Di queste due pellicole Gerwig ha contributo anche alla sceneggiatura, allenandosi così all’esordio in solitudine della scrittura di Lady Bird, lieve e sottile con i germi della nostalgia di un momento irripetibile, pur se spesso sofferto, come l’adolescenza. L’urgenza, che corre sotto traccia nella pellicola ed è probabilmente figlia di un autobiografismo (la stessa Gerwig è di Sacramento), la rende universale e la sua bellezza sta nel restituire un’epoca in cui tutti sono stati più o meno ridicoli o hanno provato o sognato di essere diversi da quello che sono; come accadeva in quel bellissimo libretto che è L’invenzione di Alberto Vigevani (Sellerio, 2017), dove un ragazzino degli anni Trenta finge di essere un uomo navigato, capace di imprese amorose, in grado di suscitare l’ammirazione dei coetanei. Lady Bird ha vinto due premi al Golden Globe come miglior commedia e come migliore attrice di commedia a Saoirse Ronan. Ha ricevuto cinque nomination agli Oscar, per il miglior film, la miglior attrice a Saoirse Ronan, miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf, migliore sceneggiatura originale e miglior regista a Greta Gerwig. Non ha preso nulla. Effettivamente che riconoscimenti avrebbero allora dovuto avere, anche fuori dagli Oscar, pellicole contemporanee sulla gioventù, più estreme e meno pettinate, che hanno lasciato cicatrici nel nostro immaginario, come J’ai tué ma mère (2009), Tom à la ferme (2013) e Mommy (2014) di Xavier Dolan, o Un amore di gioventù (2011) di Mia Hansen-Løve, o Precious (2009) di Lee Daniels o Juno (2007) dello stesso Jason Reitman, senza scomodare i mostri sacri del passato come I quattrocento colpi (1959) di François Truffaut? Gerwig farà la sua strada perché è irresistibile: conserva la naïveté della ragazza di provincia, con una bellezza originale che in ogni espressione fa trasparire intelligenza e carattere. L’autoironia l’ha tenuta lontana dal divismo, donandole una notevole attitudine comica soprattutto fisica. Potrebbe essere la versione maschile di Woody Allen, se non fosse che quest’ultimo contava anche sull’effetto della sua disarmonia corporale. Gerwig poi è indie, e addirittura mumblecore, appartiene cioè a quella nuova corrente di registi che sfornano film a bassissimo budget, in cui i trentenni per lo più si macerano fra di loro borbottando (il loro nome deriva infatti dall’espressione mumbling carachters). La statuetta per la regia sarebbe stata sproporzionata, considerando che lo sbarramento alle donne agli Oscar è stato tale che l’unica ad averla conquistata è stata Kathryn Bigelow nel 2010 con l’eccezionale The Hurt Locker. Peccato che nulla sia andato all’altro teen ager in gara, Timothée Chalamet – che, tra l’altro, recita anche in Lady Bird – nei panni di Elio Perlman in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Questa adolescenza si sarebbe meritata un luccichio più forte della miglior sceneggiatura non originale a James Ivory.
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