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Venezia ’74 intensa: il cinema sognante di del Toro, il messaggio pacifista del film libanese e la tragedia di Amatrice

Un viaggio sottomarino di una nuova Amelie, un sogno lungo una bolla d’aria. “The shape of water” di Guillermo del Toro è un fumetto per immagini, una carrellata di “cinema-cinema” che riconcilia la critica e la platea. Siamo in America negli anni Sessanta della Guerra Fredda e una creatura anfibia mostruosa e bellissima assieme, venerata in America del Sud come un dio, viene catturata da Strickland (Michael Shannon) e portata in un laboratorio scientifico segreto. Nella stanza in cui la creatura viene incatenata possono avere accesso solo la polizia, gli scienziati e due addette alla pulizia, Elisa (Sally Hawkins) e Zelda (Octavia Spencer).


Queste ultime devono pulire il sangue che ha perso Strickland in un corpo a corpo con l’anfibio dove l’agente americano è stato ferito: il mostro con questa mossa ha segnato la sua fine, sarà vivisezionato. Ma Elisa non può permetterlo. Diventata muta dopo un trauma infantile, ha riconosciuto nella diversità della creatura anfibia, una vicinanza al suo considerarsi imperfetta. Il film ruota sul tema della mostruosità, caro a del Toro, abituato agli esseri sovrannaturali con cui ha costruito la saga dello “Hobbit”, appoggiandoci sopra una riflessione socio politica: è più mostruoso l’uomo delle acque capace di atti bestiali come staccare le dita a morsi o Strickland, che nel nome di un patriottismo deviato giustifica ogni forma di violenza, di illegalità, di disprezzo per coloro che considera inferiori, come Elisa, la muta, e Zelda -già premio Oscar come migliore attrice non protagonista per “The help” (2012)-, per il colore nero della sua pelle?
Appassionato di Frankestein, Hulk e Tarzan, del Toro coniuga una storia d’amore romantico con il fantasy, con l’horror, genere che gli era valso il plauso della critica per “La spina del diavolo” (2001) e “Il labirinto del fauno”(2006). Ma in “The shape of water” il regista, scrittore e sceneggiatore messicano ha mischiato anche la sua conoscenza fumettistica, l’amore per la storia del cinema (Elisa vive sopra una sala cinematografica) la passione per i cartoon (ha prodotto “Kung Fu Panda”) in un miscuglio che è un equilibrio di delizia fantastica e ottima capacità registica.
“The insult” di Ziad Doueri prende spunto da un piccolo incidente accaduto nel Libano attuale tra un meccanico, anti palestinese, seguace del partito cristiano, e un ingegnere palestinese che lavora nel quartiere in cui vive il meccanico. Una lite per una grondaia crea un dissidio che rivela odi atavici frutto di gravi conflitti del passato.

Il palestinese picchia il libanese che lo ha provocato e ne nasce un processo, che diventa un caso nazionale. Due fazioni, un coacervo di dolori in cui gli avvocati trovano vetrina per la propria retorica, mentre il Paese si infiamma e i due protagonisti finiscono per stimarsi silentemente, profondamente compassionevoli ciascuno verso il passato dell’altro.
Qualche scivolata retorica (troppi flashback) non inficia la riuscita del film con un messaggio pacifista che ha fatto scattare l’applauso della critica.
Fuori concorso, in 16 minuti Gianni Amelio ha voluto portare a Venezia il terremoto di Amatrice che il 24 agosto dell’anno scorso aveva raso al suolo il paese in provincia di Rieti e fatto centinaia di vittime. “Casa d’altri” intreccia finzione – un ragazzino si indigna al telefono con un coetaneo perché non capisce il dramma delle persone che non hanno più una casa; un anziano signore gira con una vecchia foto cercando una persona scomparsa- e realtà. Senza copione sono infatti le interviste a un soccorritore, a una donna che spiega il proprio malessere quando i turisti cercano assetatati di sensazionalismo le macerie, a una maestra elementare che racconta i traumi dei bambini. Ma protagonista è soprattutto il paese e il lungo piano sequenza che lo ritrae ridotto in calcinacci.