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Da domani nelle sale “I’m not your negro”, un monito contro ogni tipo di razzismo. L’intervista al regista Raoul Peck

«Il futuro dei negri in questo Paese è luminoso o buio quanto lo è quello della nazione». Con parole cadenzate James Baldwin avvertiva l’America degli anni Sessanta, mentre fischiava e sputava sui ragazzini di colore che entravano per la prima volta, scortati dalla polizia, nelle scuole per sedere sui banchi accanto ai bianchi. La sua figura magra e sconsolata, il suo periodare secco, mai tribunizio, appaiono in I’m not your negro di Raoul Peck, in corsa questa notte agli Oscar come miglior documentario.


Lo scrittore ne ha firmato – senza poterlo sapere perché è scomparso nel 1987 – la sceneggiatura, che si snoda sulle parole di una lettera, scritta nel 1979 al suo agente, in cui spiegava il progetto di un libro rimasto incompiuto, Remember this house . Trenta pagine piene di poesia, rabbia e profezie che sono il filo conduttore della pellicola – presentata alla 67esima edizione della Berlinale, dove lo ha incontrato il Sole 24 Ore – e da domani nelle sale italiane per Feltrinelli Real cinema in collaborazione con Wanted, già pellicola inaugurale del Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina fino al 26 marzo a Milano. Si alternano a Baldwin immagini di repertorio, scontri tra i dimostranti e la polizia, l’attualità della guerriglia tra forze dell’ordine e le banlieue di colore. In mezzo il cinema: spezzoni di film sullo schiavismo e l’apartheid da La capanna dello zio Tom (1965) di Géza von Radványi a Indovina chi viene a cena (1967) di Stanley Kramer, alle scaramucce di John Wayne contro gli indiani. I’m not you negro è un film tragico sulla violenza razziale negli Stati Uniti, per cui stampa a stelle e strisce ha speso parole decise (trascendente «Variety», da brividi «The New York Times», di un intelligenza vivida «Hollywood reporter»). «Il film ha esordito a Toronto – spiega il regista haitiano, primo caraibico ad essere ammesso nel tempio di Cannes, già ministro della cultura nel suo Paese al rientro dall’esilio durante la dittatura -e sin dalla prima proiezione c’è stata un’esplosione. Abbiamo avuto il premio del pubblico, che non avrei mai sperato, pensando che la pellicola fosse troppo complessa o troppo intellettuale per una platea ampia. È esattamente il contrario. La gente si è sentita coinvolta e toccata direttamente». Emotivamente impossibilitata a rimanere indifferente. Remember this house era pensato per raccontare la vita e gli assassinii di Medgar Evers, Malcom X e Martin Luther King, amici dello scrittore di Harlem, per sostenere i quali Baldwin era tornato di malavoglia dalla Francia, dove era arrivato un decennio prima, poverissimo come era nato, e dove era un autore riconosciuto. Sentiva il dovere di affiancarsi a loro nella lotta per i diritti civili anche se considerava King troppo morbido e Malcom X razzista. Baldwin non lo era grazie a Bill Miller, insegnante bianca che lo aveva trascinato a teatro e gli aveva acceso attraverso i libri una speranza di riscatto. Ma mentre ciascuno combatteva con la propria indole – inquisitoria, bellica, spirituale o intellettuale -, Medgar Evers venne raggiunto da una pallottola nel suo garage il 12 giugno 1963, Malcom X da sette colpi di arma da fuoco il 21 febbraio 1965, Martin Luther King da uno sparo di precisione alla testa il 4 aprile 1968. Peck ne mostra i corpi senza vita, il dolore dei famigliari, i cortei funebri, l’arroganza di chi rivendicava la necessità della loro soppressione. Una riflessione filosofica sul comportamento dei gruppi che detengono il potere. Così ha definito il film Jordan Hoffman sulle colonne di «The Guardian». Ma Peck ha un’altra convinzione. «Questo è un film politico, che impegna personalmente il pubblico e lo pone di fronte a una scelta rispetto al passato e al presente. È un film davanti al quale non si può rimanere innocenti. Non si tratta solo di America. Invito tutti gli europei a vederlo. È estremamente importante che sia ora nei cinema in Francia». Soprattutto dopo le violenze e i pestaggi da parte delle forze dell’ordine al 22enne Théo nel quartiere di Aulnay-sous-Bois. «Ma mi piacerebbe viaggiasse anche negli altri Paesi europei – insiste il regista, che ha studiato a Berlino- perché i problemi fondamentalmente sono gli stessi». This is not your negro è stato in concorso agli Oscar come miglior documentario assieme a Fuocoammare del nostro Gianfranco Rosi, 13TH – XIII emendamento di Ava DuVernay, Life, Animated di Roger Ross Williams e O.J.: Made in America di Ezra Edelman, che ha vinto. «Ho visto molti dei film candidati, ma subito, assieme agli altri registi, siamo stati d’accordo nell’evitare qualsiasi competizione, perché ognuno di noi sa quanto ha combattuto per realizzare il proprio film e nessuno vuole disperdere il valore di ciò che ha fatto in una gara. Non voglio offendere l’Academy ma allo stesso tempo devo cercare di proteggere me stesso». In fondo, I’m not your negro e Fuocoammare parlano della stessa questione: il futuro di un Paese che ignora una fetta di persone che sono già endemicamente parte della sua popolazione. «Io non sono un negro – chiarisce Balwin in un discorso ripreso dal documentario- sono un uomo. Se pensate che io sia un negro significa che ne avete bisogno. Allora dovete capire perché». © RIPRODUZIONE RISERVATA