Nel lager della schiavitù: Steve McQueen gira una pellicola coraggiosa

Il corpo per Steve McQueen è leva di un ragionamento sulla libertà. È stato così in Hunger (2008), sulla prigionia dell’attivista irlandese Bobby Sands, e in Shame (2011), epopea di un giovane benestante prostrato dalla dipendenza sessuale. Nel primo, il fisico è arma di lotta politica; nel secondo, propaggine patologica di una società malata, in cui la sessualità è lo sfiato di un dolore. In 12 anni schiavo la corporeità (che il regista indaga con l’esperienza di ex calciatore) è fonte immediata di supremazia o sottomissione, decretata dal colore della pelle. Siamo nel 1841, prima della Guerra di Secessione americana, prima dell’approvazione del XIII emendamento, di cui ha raccontato i retroscena Lincoln (2012) di Steven Spielberg.

Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è un trentenne nero, che vive libero, assieme alla moglie e i due figli, a Saratoga, New York. Abile musicista, accetta le lusinghe di due sconosciuti, presentatigli da una persona fidata, decidendo di unirsi a loro per una fantomatica tournée artistica. Dopo una cena, ubriacato e drogato, si ritrova in catene in una prigione, venduto a un mercante. Una storia vera, narrata nel libro 12 years a slave, pubblicato con scalpore nel 1853 e ripescato solo nel 1968 dalla storica Sue Eakin.

 

 

«Non rivelare mai che sai leggere e scrivere» consiglia a Solomon uno dei compagni di viaggio, caduto nello stesso tranello, mentre transitano verso la Louisiana, Stato in cui la schiavitù è legge. Un insegnamento che Northup introietta con difficoltà. È caparbio, quasi presuntuoso nella sua persuasione di voler dimostrare il livello della sua educazione, sicuro che possa essere il passaporto verso la libertà. Capirà a sue spese che qualsiasi espressione di progettualità, inclinazione artistica, sensibilità, acutezza di spirito o di ingegno del "nero" provoca nel bianco un temibile incendio di coscienza. Così quando affascina il primo padrone, William Ford (il molto credibile Benedict Cumberbatch), escogitando un sistema ingegneristico che migliora la qualità del lavoro e diminuisce la fatica, si attrae le ire del capomastro della piantagione, Tibeats (Paul Dano), rischierà la morte e dovrà fuggire. Avrà poi la peggiore delle punizioni quando non saprà sopire il carisma e la compassione, diventando l’interlocutore prediletto dell’indomita Patsey (Lupita Nyong'o), vittima della bramosia e della gelosia del secondo padrone, lo spietato Edwin Epps (Michael Fassbender), e della sua signora (Sarah Paulson). Sarà costretto a diventare l’aguzzino della ragazza, aprendole la schiena con la frusta. Una scena che McQueen rende con un lungo piano sequenza e che ricorda i meccanismi di guerra tra i derelitti che i regimi totalitari innescano nei campi di concentramento.

Il regista britannico sceglie la strada della quotidianità per mostrare l’orrore: esibisce i corpi nudi degli schiavi quando vengono venduti, quando si lavano o li riprende mentre dormono ammassati, perché negare l’intimità vuol dire cancellarne l’umanità; così come cambiare il nome: Solomon infatti diventerà Platt. Tutte pratiche poi perfezionate nei lager. Diventa chiaro allora come l’orgoglio e l’intelligenza di Northup siano un morso di dio per i credenti, ricordando loro la bestemmia della schiavitù per il cristianesimo che predicano di domenica. Pii (come Ford), o meno (come Epps), per McQueen i padroni sono tutti uguali. Ford non arretra di fronte all’eventualità di dividere una madre dai figli, come consiglia l’abile venditore (Paul Giamatti), quando si accorge di non avere le risorse per acquistare tutta la famiglia. Ford alla fine è immorale quanto Epps, feroce negriero, bestialmente ignorante. Fassbender, vibrante protagonista delle precedenti pellicole di McQueen, ne restituisce la disperazione alcolizzata, la pazzia efferata cui può arrivare uno schiavista, quando si accorge di essere schiavo della sua schiava.

Northup vedrà uno spiraglio alla sua condizione solo quando saprà soffocare il suo giusto orgoglio di uomo superiore, quando rinuncerà a sedurre i padroni con l’intelligenza, comportamento che i compagni di sventure gli rimprovereranno come forma di collaborazionismo. Ma 12 anni schiavo non illustra solo le torture psicologiche. La macchina da presa non risparmia le vessazioni fisiche: a partire dalla raccolta del cotone a 40 gradi sotto il sole (condizione cui si è sottoposta tutta la troupe), ai pestaggi feroci, impiccagioni, stupri, violenze indicibili, come quella che accade a Solomon, appeso al cappio per ore, nell'indifferenza della sua gente. Crudeltà insopportabili quanto quelle della geniale follia di Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino, fantasiosa ma efficacissima rappresentazione della crudeltà sudista.

Steve McQueen, che non è mai stato retorico, in 12 anni schiavo deve ulteriormente arretrare, senza permettersi nemmeno una scena che tocchi il cuore, come quella di <CF702>Shame</CF> in cui Carey Mulligan canta New York, New York. Non può scivolare nell’emotività di Il colore viola (1985) o di Amistad (1997), o in certe "facilità" del recente The butler. McQueen non può farlo perché segue la traccia realissima del libro e perché questo è un film che tocca anche la sua, di pelle, essendo lui di colore. Si trova perciò ad allungare la profondità del distacco, evitando furberie nel montaggio, con certe inquadrature teatrali che ricordano Venere nera (2010) di Abdellatif Kechiche. Il lirismo è confinato a certe immagini naturali, come l’acqua mangiata dalle pale dei battelli a vapore, o il cielo giallo e grigio che fa da sfondo alle paludi della Louisiana, una reminescenza del suo passato di videoartista. L’America, più dell’Europa, ha accusato il colpo di questa pellicola coraggiosa, senza seduzioni ed è pronta a renderle omaggio agli Oscar del 2, cui è candidata per nove statuette.